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Il complesso prenuragico di Monte d’Accoddi
pubblicato il 02/07/2013 23:09:57
Il complesso prenuragico di Monte d’Accoddi è la più importante area archeologica della Sardegna preistorica (ossia dei tempi anteriori alla protostorica Civiltà Nuragica), per la marcata concentrazione di differenti tipologie costruttive e per lo uno straordinario monumento, a tutt’oggi unico non solo in Europa ma nell’intero bacino Mediterraneo, talmente singolare da essere definito come “la ziqqurath di Monte d’Accoddi”.
Gli scavi archeologici hanno portato alla luce una serie di imponenti costruzioni, costituite dai resti di due strutture templari sovrapposte pertinenti a fasi culturali tardo neolitiche ed eneolitiche. La più antica frequentazione umana del pianoro di Monte d’Accoddi è da attribuirsi al Neolitico Medio (ca. 4000 anni a.C.); in una successiva fase, pertinente alla Cultura di Ozieri del Neolitico Recente (ca 3.500-2.900 a.C.), il sito vede l’insediarsi di numerosi gruppi umani che realizzano diversi villaggi - con capanne quadrangolari, distribuite su una superficie di circa 16 ettari - ed una necropoli ipogeica con tombe a domus de janas. Questi estesi abitati fanno capo ad un centro cerimoniale - evidentemente di una certa importanza - con diversi menhir, lastre sacrificali e blocchi sferoidi dall’incerto e misterioso significato.
In una fase matura della Cultura di Ozieri le genti del luogo edificano un grande santuario: una struttura tronco piramidale, di m 25 x 27 circa alta m 5,50 ca., preceduta da una rampa - sulla quale si erge un grande vano rettangolare di m 12,50 x 7,20 con ingresso a sud (la “casa del dio” ?). Tutte le superfici di questa grandiosa costruzione sono intonacate e dipinte, principalmente di rosso ocra (da quì la denominazione di “Tempio rosso”) seppure non mancano tracce di colori come il giallo e il nero.
Intorno al 2.800 a.C. circa il “Tempio Rosso” ormai in rovina (per via dei crolli e, forse, in seguito ad un violento incendio) viene completamente coperto con strati alternati di terra, pietre ed “albino” (battuto di marna calcarea locale polverizzato e pressato) che sulla sommità superano i tre metri di spessore; per contenere l’enorme pressione esercitata da questi riempimenti viene realizzata quella “incamiciatura” muraria in blocchi ciclopici di calcare che oggi connota il monumento all’esterno. In questo modo viene eretto il c.detto “Tempio a gradoni”, grande struttura troncopiramidale (m 36 x m 29) costruita con grandi blocchi sommariamente sbozzati posti su di un unico paramento lungo il perimetro esterno. Per raggiungerne la sommità una seconda lunga m 41,80 si sovrappone a quella più antica coprendola completamente. La sua forma complessiva di questo monumento non trova finora alcun confronto né in Sardegna né in tutto il Mediterraneo; l’aspetto complessivo richiama invece l'architettura templare mesopotamica ed in particolare le ziggurath del III millennio a.C.

Anche questo edificio conserva per secoli la funzione sacrale, perdurata fino alla media Età del Rame. Con l’Età del Bronzo Antico (1.800 a.C. circa), quindi prima della nascita della Civiltà Nuragica, il luogo di culto non è in uso ed il monumento “a gradoni” è ormai in rovina; la sua sacralità è forse solo un ricordo quando alla sommità della collinetta artificiale viene sepolto un bambino accompagnato da poveri vasi di terracotta. Si arriva così all’epoca contemporanea quando l'impianto di batterie contraeree, durante la seconda guerra mondiale, con l’escavazione di una profonda trincea arreca danni irreparabili agli strati superiori del monumento.
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