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Argia tra mito e realtà
pubblicato il 27/05/2013 23:00:00
Nella cultura sarda fino a non molti anni fa le parole malattia e medicina avevano un significato diverso da quello attuale. Per curare le malattie ogni rimedio era ritenuto valido: sia il ricorso alla medicina tradizionale che la preghiera e lo scongiuro. Nel caso della puntura dell’argia Latrodectus tredecimguttatus, o volgarmente chiamata malmignatta il medico poco poteva fare; spesso non veniva neppure chiamato se qualche malcapitato veniva punto dall’ “ aglia cuiuata” (l’argia coniugata), che si diceva fosse la più pericolosa. Nell’isola la vita agro-pastorale era molto faticosa. A volte il contadino per la fatica decideva di stendersi all’ombra di un albero, per riposare, e proprio allora l’argia era pronta a colpire. Non c’era un orario preferito dall’argia: la notte, l’alba, il mezzogiorno, non importava. Di sicuro si sapeva che pungeva soltanto d’estate, in campagna, durante i lavori pastorale di mietitura, di spigolatura o di raccolta. I contadini imparavano sin da piccoli a stare attenti alle punture dell’argia. Prima di andare a letto, la sera, pronunciavano una serie di scongiuri contro questo pericoloso nemico. Se ci si accorgeva di essere stati punti, disinfettavano subito la parte colpita urinandoci sopra e sperando “ chi non fussia stata l’aglia cuiuata”. Ma la vera cura era un’altra. Dopo la puntura dell’argia la vittima non era più la stessa persona: subiva una vera possessione da parte dell’animale. La sua puntura si riteneva potesse essere mortale se non curata “ nei tempi e nei modi imposti dalla tradizione” il rituale contro la puntura dell’argia, perché proprio di rituale si trattava, aveva inizio con la preparazione di un grande fuoco all’aperto, acceso con tronchetti di vite poste in croce si faceva sedere il malato accanto alla fiamma, mentre sette donne vedove, sette signorine, e sette sposate iniziavano un ballo tondo. Gli altri, vicino a lui, accompagnavano la cerimonia con un canto esorcistico, tenendo in mano tralci di vite accesi. In altre parti della Sardegna lo sfortunato veniva avvolto in un sacco e seppellito fino al collo nel letame, oppure immerso in una tinozza piena di acqua calda. In Gallura la gente del paese o degli stazzi vicini si impegnava in suoni e danze facendo indossare al malato abiti femminili dai diversi colori, per poter capire se l’argia fosse nubile, sposa o vedova. Infatti il colore nero indicava la vedova il bianco la nubile, il maculato la sposa, cioè nero con sopra tredici punti rossi: si diceva che questa fosse la più pericolosa. C’erano delle persone anziane che conoscevano il modo per far parlare il malato per ottenere altre informazioni, per stabilire la natura del ragno che si era impossessata del suo corpo, dopo che la puntura l’aveva fatto cadere in una profonda depressione, per via del veleno che colpiva il sistema nervoso. Solo dopo essere stata individuata e accontentata, con balli e suoni, l’argia si allontanava dal corpo dell’argiato permettendoli di ritrovare la propria identità. Era credenza che questo essere ritenuto persino sopranaturale, pungesse perché amava danzare, cantare e travestirsi. In Sardegna, dove gioia e dolore, canti allegri e malinconici si confondono da sempre, L’argia era un po’ la giustificazione di questa disarmante alternanza di stati d’animo.

Foto di: Piernando Fioredda
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