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La tradizione tintoria in Sardegna
pubblicato il 02/01/2014 20:21:06
L'arte di ottenere i colori dalle sostanze naturali è antica quanto l'uomo. Per migliaia d'anni i segreti delle varie tecniche tintorie sono stati custoditi gelosamente dai tintori, mentre oggi, con l'avvento della chimica, il colore non è più un segreto e lo si produce in infinite tonalità.
Sembra che l'uso delle piante tintorie in Sardegna risalga al periodo neolitico. Furono i Cretesi ad importare nell'isola la "Rubbia tintoria " e il "Crocus sativus ", rispettivamente robbia e zafferano, e a diffondere l'uso dell'alkanna.
L'arte tintoria ebbe poi grande sviluppo dai Fenici, Punici e Romani. Fin dal secolo scorso i sardi usavano ancora, secondo le tecniche apprese molti secoli prima dai tintori punici e romani, la corteccia del noce (per tingere in nero), la corteccia del melograno (per tingere in giallo), il ligustro e la robbia (per ottenere dei rossi). Si faceva poi largo uso di khermes, ottenuto dal Coccus illeis, insetto parassita della quercia spinosa, chiamato in sardo "landini malu". Una grande quantità di khermes, da cui si otteneva il rosso vermiglio, veniva versata come tributo della Sardegna a Roma.
I Fenici introdussero la coltura del "Linum usitatissimus " o lino egizio; a Tharros, a Nora e a Karalis (l'antica Cagliari) esistevano apprezzati laboratori di tessitura che producevano finissimi tessuti in lino.
Sempre nel periodo sardo-punico si coltivavano anche cotone e canapa.
Per avere ulteriori notizie sull'uso delle piante tintorie nell'isola, dobbiamo arrivare al 18° secolo, ossia all'inizio del dominio sabaudo. I ministri Bogino e Angioy favorirono l'introduzione e la coltura intensiva di piante tintorie molto rinomate come l'indaco e la robbia. I semi dell'indaco provenivano dal Brasile. La coltura sperimentale, effettuata ad Alghero, diede ottimi risultati; si ottenne un prodotto di prima qualità. L'impresa ebbe purtroppo poca fortuna poiché le coltivazioni furono poco tempo dopo abbandonate.
Sempre in quegli anni, metà fine settecento, si raccolsero con criteri industriali le galle della quercia spinosa, già ampiamente sfruttate dai romani secoli addietro; il colorante rosso, ottenuto dalla cocciniglia, serviva a quell'epoca anche per tingere le acquaviti, che venivano pertanto chiamate "liquori al khermes".
Furono anche raccolte grandi quantità di rocella o "erba lana". Il lichene veniva spedito a Londra ad una ditta che ebbe per anni l'esclusiva dalla Sardegna. Dalla rocella sarda si estraeva un colorante rosso usato in Inghilterra per tingere le giubbe del reggimento della guardia ed altre divise militari. L'esportazione di questo lichene continuò fino alla metà dell'ottocento.
La coltura che ebbe maggior fortuna fu certamente quella della robbia tintoria, che veniva coltivata fino a tutto il 1800, nelle campagne di Osilo e di Tempio.
Verso il 1848 si tentò di reintrodurre la coltivazione dell'indaco a Sanluri. Ma anche questo tentativo ebbe scarso successo. I grossi guadagni realizzati con la raccolta dei licheni diede il via all'esportazione per tutta l'Europa della "Dafhne gnidium", o "truiscu" o "scolapadeddas" in vernacolo sardo. Anche in questo caso l'impresa fu abbandonata dopo pochi anni. Sempre nel secolo scorso veniva usata a scopo tintorio una pianta molto nota: lo zafferano. Essa veniva coltivata fin dal periodo sardo-punico come pianta aromatica, medicinale e tintoria.
Si utilizzava lo zafferano per tingere le bende da lutto portate dalle donne in Barbagia, e le gonne delle donne di alcuni paesi del Logudoro. Gli stimmi rosso-arancio essiccati, sono tuttora usati per aromatizzare minestre, ripieni, dolci, per colorare pasta, formaggi e liquori. Attualmente lo zafferano si coltiva a San Gavino Monreale, Sanluri, Villamar, Mandas, Turri e a Villanovaforru.
Tra la fine del 1800 ed i primi del 1900 regredisce nella tradizione popolare sarda l'uso dei coloranti naturali: essi vengono sostituiti dai più pratici, ma anche più inquinanti coloranti chimici. I nomi delle piante e le antiche tecniche sono ora custoditi, quali preziosi segreti, dai più anziani, che riutilizzano le vecchie ricette ancora solo per tingere le lane necessarie per la confezione dei tappeti, degli arazzi e delle coperte per stretto uso familiare.
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