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"Un angolo di cielo" i racconti di Silvestra


pubblicato il 08/01/2014 20:23:06 nella sezione "Musica e poesia"


Un angolo di cielo i racconti di Silvestra
di Silvestra Pittalis

Neddu si muove con indolenza, vagando con il corpo e divagando con la mente, fra la gente che entra ed esce dai locali. Osserva gli altri, fissandoli negli occhi, nell'ultima notte della sua vita; "Cosa vedono di me? Un piccolo uomo, magro, alcolizzato, che si esprime spesso con espressioni dialettali. Poi c’è quello che non sanno.
Ancora oggi, quando parlo, la voce è cadenzata, bene impostata, le frasi, seppur brevi, sono corrette. Si, la voce mi si spezza se tento un periodo un po' lungo, faccio delle pause penose, trascino le vocali alla fine delle parole ma loro non sanno, per esempio, che mi piace camminare per il paese col sole e la pioggia, che è l'unico modo che mi resta per sentirmi uno: corpo, mente e sensazioni, non sanno che amo scrivere di notte, che amo l’arte e che tutto si muove perché la vita fluisce.
Anni dopo quell'incidente che lo ha tenuto per mesi in ospedale e che lo ha privato del lavoro, Neddu assapora sia il forte vento che d'inverno spazza le nuvole sia il tepore del sole sulla faccia, scompare corpo e anima nella nebbia della sera e vaga di notte nella periferia del paese, si trova bene nelle fumose birrerie colme di giovani, vi ascolta con trasporto ogni tipo di musica.
Ogni tanto, come oggi, sogna di perdere le ultime sembianze umane e i documenti, spera che un incendio all'anagrafe distrugga ogni prova che lui è vivo. Il fuoco gli piace. Da bambino trascorreva i pomeriggi estivi con la lente d'ingrandimento in mano, cercando di incendiare i mucchietti di foglie che metteva insieme nel suo cortile.
Questa sera Neddu cammina per la via principale, ricorda il sapore del miele, le gite a cercare funghi, quel fiumiciattolo in “TROGU” dove si era tagliato un piede su un barattolo arrugginito.
Fotografie che lui ha scattato con la mente e rivisto molte volte, finché non si sono sostituite ai ricordi. Neddu si stringe nelle spalle, dentro al pesante cappotto di lana grigia.
E' brutto, non poter più essere certo neanche dei propri ricordi, pensa. Eppure, un tempo non lontano, era stato sicuro di molte: cose non dover giudicare la vita degli altri, perché ciascuno conosce il proprio dolore; amare senza ricompensa...
Starnutisce più volte. Incrocia una bella donna avvolta in un giubbotto nero. Cerca di incontrare il suo sguardo, ma è solo un riflesso di romanticismo giovanile. Non è mai accaduto che lo sguardo delle donne si soffermasse nel suo, come lui avrebbe desiderato.
Dall'incontro di uno sguardo, quando è avvenuto, non era mai nato nulla. Letteratura, poesia, pittura, desiderio folle... ma la realtà era un'altra cosa. La donna passa oltre con lo sguardo fisso ostinatamente in avanti.
Certe volte il desiderio sessuale e di tenerezza tornano e lo mettono sottosopra, ma è raro che avvenga. Un tempo, invece, il giovane laureato entrava e usciva dagli uffici, lasciandosi dietro un alone di desiderio che impregnava le stanze affollate. Ancora prima, lo studente universitario aveva vissuto di passioni fisiche intense, sopra le righe. La sua vita è stata uno smottamento continuo. L'apice l'ha forse raggiunto verso i 30 anni, poi è cominciato il declino.
La lontananza dagli altri l'ha sempre avvertita, ma il distacco vero e proprio era avvenuto più tardi.
Solo, sempre più solo con se stesso. Più stava con se stesso, meno attività produceva. Poi, un giorno, dopo l'incidente, ne ha preso coscienza: non sarebbe più cambiato, solo peggiorato. “E i miracoli?.
"Cosa ho ancora da perdere? La casa, mia moglie, quattro chiacchiere col barista, poco di cui mi importi davvero. Questa è la vita a cui non bisogna per nessuna ragione rinunciare? Si, non un concetto astratto, un ideale, un archetipo, un comandamento, un dono dal cielo, no!”
La vita non è astrazione, è realtà del singolo. La mia realtà è solo questa. Neddu cominciò a bere troppo. Perse casa, moglie e barista. Da ubriaco poteva indugiare urlando per le stradine della periferia, farsi assistere dai volontari,. farsi compatire e rassicurare dagli angeli notturni che prendevano quelli come lui e li portavano al dormitorio pubblico. Qui poteva sentirsi superiore agli altri derelitti, con il peso dei propri ragionamenti, il ricco vocabolario di cui disponeva. Ma.. continuava ad aver paura, e si vergognava del vittorioso confronto con gli altri disgraziati.
Le storie balbettate o sussurrate che riempivano il dormitorio avevano il sapore acre del piscio mischiato al sapore letterario della cicuta di Socrate. E qualcosa di più. Il dolore altrui Neddu, lo rimuginava e lo interiorizzava quando le luci si spegnevano.
Nel buio le storie degli altri vivevano e le immagini prendevano a scorrere lentamente, fotografie scattate su volti antichi, che ormai non appartenevano più ai narratori… Luci isolate, a volte colori ma anche musica, le immagini colpivano nel profondo, implementando la vergogna di Neddu.
Si era lasciato andare, ma gli altri ne avevano avuto più diritto, le loro disgrazie erano più gravi, le loro menti più deboli. Vergogna, per non saper reagire, vergogna e paura che si amalgamavano rincorrendo la frase di Hemingway "Una pagina non è bella o brutta, può solo essere vissuta"..Anche una vita…. Anche una vita...
Accasciato, esausto sul lettino di ferro del dormitorio, aveva delle allucinazioni e la sua anima imputridita e soffocata dalla materialità, lo abbandonava per librarsi in volo, diveniva un fantasma di grigia e rarefatta luminosità, di una sostanza quasi materica.
Si fermava lì alle soglie del buio, e dal soffitto scrostato si voltava a guardarlo. Lui percepiva il dolore, lo strazio di lei e la tristezza per ciò che era diventato, e finalmente sentiva l'agonia del distacco dalla parte più nobile di sé.
Poi l'anima scompariva con un tremito attraverso il muro, lasciandolo solo e smarrito. Si svegliava urlando, nel buio, con brividi di freddo e sudore sul corpo denutrito a prescindere dalla stagione, quel freddo non lo lasciava per giorni.
Il freddo l'ha già provato, anche prima dell'incidente, prima di perdere ciò che amava. E' la paura del mondo. Rannicchiato sotto le coperte, spaventato dal freddo al di fuori, ha cercato nell'oscurità fisica delle stanze, dietro imposte serrate, la salvezza e il calore.
Un tentativo di fuggire dalle proprie percezioni, fuggire nel buio del dormiveglia, fuggire nella coscienza sonnacchiosa. Solo, sempre di più.. Trasalire per ogni frase, uno scherzo innocente basta a terrorizzarlo per ore, il petto gli si lacera dall'interno, un’esplosione, nella quale la materia di cui è fatta la coscienza rattrappisce in se stessa sino a scomparire, lasciando il freddo, il freddo vuoto della coscienza che lo abbandona. Solo, davvero solo... Non ricorda che altri lo hanno molto amato. Capisce solo il proprio terrore, il terrore per gli altri e si nasconde.
Quando, a tratti, si riprende, allora torna a sognare un vecchio sogno: trovare un maestro di vita. E' un ideale che ha costruito con brandelli di esperienza, lampi di fantasia e il diritto ad essere diverso; un mistico, che gli insegni a essere migliore, un'alimentazione sana, che lo faccia ingrassare, che lo rinforzi, che lo faccia sentire meglio. Un'istruzione filosofica, per essere in pace con la coscienza e con l'azione quotidiana. Un'istruzione fisica, per scoprire i poteri del suo corpo. Un'istruzione mentale, che lo porti a capire di più, a rielaborare creativamente le nozioni, a essere più intelligente. Un'istruzione spirituale, che lo porti vicino alla natura delle cose, alla creazione e al Creatore.
Negli ultimi anni ha amato un Maestro, Gesù Cristo per il quale ha potuto provare ammirazione, ha potuto pregarlo perché più manifestamente superiore a lui in tutto. Pensarci adesso lo fa penare, perché significa capire che conserva delle speranze per il proprio futuro, nonostante tutto. Quando esce per strada, l'ultima notte della sua vita, non si accorge dei ragazzi che lo “seguono”.
Quando, un tremore antico sale dal ventre al suo cuore impaurito, e, poi più su verso l’inferno delle caverne inesplorate della mente... Cadere proprio quando il Cielo rivela un orizzonte ancora vago, indifferente al tutto e al niente, sognando di correggere una vita ancora scritta in brutta copia, prima che il “Maestro Interiore” raccolga i frutti dolorosi dell’eterna memoria, ostacolo..
Tormento gelido desiderare, per trasformare in anima pulsante una vita prossima al Cielo... Pensare al mondo come ad un sacco in cui gettare senza alcun rimpianto dolori immensi e piccole ferite, perché si fondano con il calore dimenticato delle stelle, nel cuore delle pietre dove una volta era scolpita la Legge dell’uomo.
L’affanno opprime il petto, ansioso di trovare, almeno in quel momento il battito leggero del respiro di Dio: il Cielo. Sensazioni magiche catturano l’anima. Siamo fatti di terra e acqua, ma è il “Vento” che ci muove, ci accompagna al suolo del Paese ... Sopra lui è il Cielo.
Il nostro mondo è la terra, le meraviglie che vediamo non sono di qui....Sono riflessi di Cielo che si specchiano in noi e svelano il Mondo Superiore.
In qualche angolo di cielo Neddu, avrà una casa, dove scomparirà il senso del vago e vile vivere.

foto: opera di Silvestra Pittalis
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