Sardinia In, periodico di cultura, informazione e turismo sulla Sardegna. Testata giornalistica in corso di registrazione. Direttore Responsabile Alessandra Conforti.
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PERCHE' I SARDI BEVONO COSI' TANTA BIRRA?

pubblicato il 29/06/2014 18:12:19 nella sezione "Storie e leggende"
PERCHE I SARDI BEVONO COSI TANTA BIRRA?
Storia della birra in Sardegna. Perchè i sardi bevono così tanta birra? I 65 litri per persona bevuti ogni anno dai sardi sono il doppio dei 30 bevuti in media da ogni italiano e competono per il primo posto con Friuli e Sud Tirolo.

La scoperta di un segreto

L'isola di Sardegna è quasi un continente e le sue particolari diversità paesistiche con l’Europa e l’Italia, soprattutto il mare e le bianche spiagge, sono sotto gli occhi di tutti, complici i gossip della Costa Smeralda o i ricordi delle vacanza dei milioni di turisti che da ormai mezzo secolo ne hanno fatto una meta ambita da tutto il mondo.
Le caratteristiche particolari, che formano una identità specifica dei suoi abitanti sorprendono nel loro complesso, a partire dalla lingua e dalle varie forme culturali ed artistiche che accompagnano i prodotti agroalimentari del mare ed agropastorali, i vini ed i liquori tipici. Ma ciò che letteralmente stupisce è il massiccio e diffuso consumo di birra da parte dei sardi.
Si è parlato dell’Isola sorella d’Irlanda per tanti motivi storici e culturali, ma difficilmente si possono raggiungere gli oltre 110 litri di birra bevuti pro capite in Irlanda, anche se i 65 litri per persona bevuti ogni anno dai sardi sono il doppio dei 30 bevuti in media da ogni italiano e competono per il primo posto con Friuli e Sud Tirolo.
Bere birra per i sardi, non è ripudiare l’antica cultura dionisiaca del vino, ma è come un ritornare ad una antica radice della propria Identità felicemente e da poco ritrovata.
Non sono ancora trascorsi cento anni dalla creazione a Cagliari della prima fabbrica di birra la Ichnusa che ha fatto da battistrada, almeno nell’ultimo mezzo secolo ad un più generale e diversificato consumo di birre italiane, europee e di tutto il mondo globalizzato, mantenendo il marchio con la bandiera nazionale dei sardi, i Quattro mori in campo rosso crociato e l’antico nome dell’isola derivato dal greco antico Ichnusa, nel cuore e nei desideri di consumo dei sardi e degli amici della Sardegna in ogni stagione.
Difficile dire se i sardi amino questa birra perché la preferiscono alle altre o perché nel simbolo ritrovano la loro identità di nazione senza stato.
Altra caratteristica peculiare del bere birra in Sardegna, oltre all’elevato consumo pro capite è la ripetitività durante la giornata che non trova riscontri in nessuna regione italiana, neppure in quelle alpine ed eredi della cultura asburgica della buona birra del nord Europa.
Non c’è regalo migliore da portare ad un sardo che lavora all’estero di una bottiglia di mirto ed una di birra Ichnusa, non una birra qualsiasi ed anche fra le migliori che si possono trovare ovunque, ma quella che ricorda l’infanzia, il bar del paese o del quartiere delle città, la tosatura come la pausa in fabbrica o le corse dei cavalli e le sagre dell’interno, il carnevale ed il Natale, la festa del battesimo o un matrimonio, il refrigerio sotto il sole d’estate o in barca a pescare.
Solo a guardarla la birra dei Quattro mori evoca la Sardegna e quasi materializza profumi, ricordi, colori ed affetti indimenticabili ed ancestrali.
Sì, motivazioni anche ancestrali devono essere alla base di un successo così straordinario in un luogo dove il senso comune o una cultura standardizzata sull’argomento dovrebbe non poter prevedere il successo della birra come principale bibita/alimento a basso contenuto alcolico come la preferita dagli abitanti di un’Isola mediterranea calda ed assolata.
Il senso comune dovrebbe unicamente accomunare i sardi ai grandi bevitori di vino greci e romani ed alle immagini omeriche che tanto si riproducono in Sardegna in tanti eventi e comportamenti, soprattutto nelle aree agropastorali e dell’interno.
Questa tradizione bacchica permane e anzi si rafforza con migliori produzioni di vini di grande qualità e che trovano sempre più gradimento anche nell’esportazione, ma la quantità di vini assunta pro capite diminuisce sempre più quasi a compensare la migliore qualità con il minor consumo di questo cibo degli dei.
Trionfalmente, quasi a recuperare il tempo perduto durante un lungo periodo di secoli d’eclisse del consumo di birra da parte dei sardi, in Sardegna la birra è divenuta la principale presenza nelle ore di riposo come d’attività che consentono un modico e sociale consumo di alcol.

La birra è sarda

Non c’è infatti dubbio che la birra sia stata assieme all’idromele ( vino fatto col miele ) la prima bevanda alcolica degli antichi sardi.
La birra probabilmente non ha tardato molto ad essere prodotta successivamente all’adozione dell’agricoltura dalle popolazioni di cacciatori e raccoglitori in ogni parte del mondo abitato nel periodo che va dai 10.000 ai 6.000 anni a.C.
Certamente veniva prodotta in Sardegna durante il neolitico quando i Sardi esportavano l’ossidiana lavorata, l’oro nero di un tempo che non conosceva i metalli, in tutto il mondo allora conosciuto e raggiungibile via mare assieme al grano ed all’orzo dell’Isola, conquistata in seguito per fungere da granaio di Cartagine e poi di Roma, ed all’unico prezioso cibo proteico, ben conservabile e trasportabile dell’epoca, il formaggio ovino sardo.
Fra le tanti, una qualità di birra dei sardi, prodotta dal mosto di grano e orzo e perché addizionato col miele amaro tipico dell’Isola, raggiungeva alti livelli alcolici e conteneva particolari sostanze psicotrope tanto da essere destinata all’esclusivo consumo dei sacerdoti per operare vaticini e guarigioni, entrare in contatto con il sacro e indurre il famoso riso sardonico negli anziani portati cerimoniosamente a morire dalla comunità nel salto della rupe.
Prima ancora dei nuraghi e dell’uso del rame e del bronzo, il Nord Africa occidentale e l’Europa occidentale compresa la Sardegna, circa 4.000 anni a.C. , erano accomunati da una cultura che ci ha lasciato ovunque menhir, circoli, costruzioni e fortezze megalitiche, tombe scavate nella roccia ed accuratamente progettate e dipinte tanto da farci immaginare le antiche abitazioni di quei popoli agricoltori e guerrieri, le loro divinità ed il loro grado di cultura magico-religiosa.

I cereali base della produzione della birra

Residui di cereali, di birra e attrezzature atte alla sua produzione e conservazione, risalenti anche a 4.000 anni a.C. sono stati rintracciati ed esaminati in scavi archeologici in Spagna, Irlanda ed presso tombe, circoli megalitici e abitazioni, come a Stonehenge in Inghilterra.
In Sardegna tracce del consumo di birra sono evidenti anche nell’età del rame dato che le tante testimonianze archeologiche ( vasi contenenti tracce di luppolo in analoghi insediamenti europei ) hanno evidenziato la diffusione della cultura campaniforme nel 2100-2600 a.C., durante la quale i caratteristici vasi, boccali e coppe ( beaker ) venivano usati per la produzione e il consumo della birra.
La coltura dei cereali era arrivata gradualmente sino agli estremi dell’Europa, in Irlanda ed in Scozia, passando per le pianure centrali, la Francia, la Spagna e L’Inghilterra.
Assieme ai cereali la cultura della birra, inventata nel Vicino Oriente, culla del domesticamento dei cereali e della nascita dell’agricoltura, arrivò in terre così lontane e fredde nelle quali meglio del grano cresceva l’orzo per questioni climatiche e soprattutto, anche se lo si fosse voluto non si sarebbe potuta acclimatare la vite, anche allora difficile da coltivare oltre la linea del Reno.
I Sardi continuarono a produrre la birra anche oltre la scoperta e l’uso dei metalli, il rame ed il bronzo e durante tutta la civiltà nuragica.
La metallurgia del rame e del bronzo, in un’isola fortificata dal mare, favorita dalla natura in tutti i sensi, immune da invasioni per millenni e quindi in grado di progredire in civiltà e popolazione caratterizzò la civiltà nuragica, contadina, pastorale, metallurgica, guerriera e navigatrice.
Le sue navi esportavano in tutto il Mediterraneo cereali, bestiame, sale, formaggio ed atri cibi sotto sale, birra, armi di bronzo come un tempo l’ossidiana sino all’Irlanda, la gran Bretagna e le coste atlantiche dell’Africa per scambiare i propri prodotti con lo stagno indispensabile per produrre il bronzo e le armi da esportare come merce di scambio ad altissimo valore aggiunto.
Nei santuari nuragici, presso i pozzi sacri, si festeggiavano per giorni le più importanti ricorrenze, con cerimonie religiose, olimpiadi locali, canti e danze collettive, rimaste attualmente le stesse da millenni, come è evidenziato dai disegni di danzatori in tondo nelle ceramiche di Monte d’Accoddi e dal suonatore di launeddas itifallico, bronzetto ritrovato ad Ittiri e da cui prende il nome.
Durante queste feste, gli antichi storici raccontano delle colossali bevute di birra e vino, caratteristiche del festeggiare dei sardi ancora oggi.
La Sardegna, era allora abitata da popolazioni affini ai popoli europei occidentali con i quali condividevano la comune civiltà megalitica, non presente attorno al Mediterraneo orientale, ed avevano costruito migliaia di torri ciclopiche, i nuraghes dai quali ha preso il nome il mar Tirreno, che significa appunto “mare dei costruttori di torri”.
Queste genti europee e del Mediterraneo occidentale erano originariamente discendenti dalle popolazioni basche sopravvissute all’ultima glaciazione in un ridotto favorevole attorno ai Pirenei da cui si espansero al ritirarsi dei ghiacci, ripopolando il continente europeo e la Sardegna prima delle invasioni indoeuropee dall'Oriente.
Queste popolazioni che inizialmente non conoscevano i metalli erano capaci di vivere in maniera evoluta come dimostrano le pitture rupestri delle grotte di Altamira in Spagna e Lascaux in Francia, dando vita in seguito con l’acquisizione delle competenze agricole nella transizione neolitica, attraverso meticciato con popolazioni provenienti dal vicino oriente o per assorbimento culturale, alla civiltà megalitica dell’occidente europeo.
Solo nel periodo che va dal 1200 al 500 a.C. in Europa occidentale ma non in Sardegna e nella Vasconia ( che conserva la più antica antica lingua europea ), le popolazioni preindoeuropee furono sopraffatte, miscelandosi ad esse, dalle ondate migratorie di popolazioni di origine indoeuropea provenienti da Oriente ed in particolare dall’ultima e più importante ondata migratoria di origine celtica e germanica.
Sino ad allora le popolazioni originarie europee (in seguito lo saranno ancora i sardi geneticamente ed i baschi linguisticamente non essendo stati raggiunti significativamente dalle migrazioni indoeuropee) , non erano etnicamente e culturalmente indoeuropee o semite, come i Cretesi, i Greci, gli Egiziani ed i Libici e i Fenici del Nord Africa.
Di questa civiltà megalitica originaria d’occidente la Sardegna ne costituiva il centro commerciale e militare più evoluto ed in forza della sua posizione geografica dominava il Mediterraneo occidentale.
I nuragici assieme agli altri Popoli del Mare, Etruschi, Liguri, Siculi erano in grado di commerciare attraverso le strette Colonne d’Ercole situate fra la Sicilia e l’Africa, con il Mediterraneo orientale dove primeggiavano a contatto con l’Asia e l’Africa, per forza, civiltà e ricchezza, i Cretesi prima e poi i Greci e gli Egiziani.
Probabilmente avevano anche il monopolio del commercio verso l'Atlantico, attraverso l'attuale stretto di Gibilterra verso le miniere di stagno del Golfo di Guinea e verso l'Irlanda e l'Inghilterra di allora.
Durante l'ultima epoca d’oro la Sardegna era caratterizzata dalle migliaia di nuraghes attorno ai quali sorgevano grandi villaggi agropastorali e metallurgici o città sul mare, dalle quali partivano le navi commerciali e militari per ogni dove Si calcola prudentemente che allora vi abitassero almeno trecentomila persone.
A quei tempi costituiva un numero enorme di abitanti rispetto allo scarso popolamento dell’Europa e del resto del mondo confrontato con i dati odierni, tanto da poter alimentare una spinta espansionistica verso l’oriente più ricco e civilizzato.

L'espansione Shardana verso Oriente

La società sarda di allora sommava in se le caratteristiche tipiche dei popoli conquistatori, buona alimentazione anche proteica, sovrappopolazione, specializzazione nella produzione e commercio di armi, flotte mercantili e da guerra a sostegno di pirati e di un ceto di militari di professione, conoscenza dei paesi del Mediterraneo orientale.
La prima spinta aggressiva verso oriente della quale si ha notizia e durata oltre un secolo, avvenne nel 1236-1223 a.C. con la tentata invasione dell’Egitto avvenuta sotto i Faraoni Mernetptah e Ammenephtes e nel 1198-1166 durante il regno di Ramses III., da parte dei Popoli del Mare.
Ma ancor prima per molti secoli gli Shardana, come erano chiamati i nuragici fra i Popoli del mare erano stati presenti come truppe mercenarie d'élite in Egitto, sotto diversi Faraoni quali Amenhotep nel 1413-1377 a.C. o Akenathon nel 1377-1358.
Le notizie più precise vedono i sardi ed il loro importante ruolo militare nell'impegno come truppe d'élite dell’esercito di Ramses II nella battaglia di Qadesh nel 1300 a.C. combattuta contro gli Ittiti.
Di quella battaglia rimangono fra l’altro, sulle pareti dei templi di Abu Simbel e Medineth Abu, sulle quali è descritta la mischia, le realistiche raffigurazioni dei guerrieri Shardana, simili in maniera eccezionale ai bronzetti dei guerrieri nuragici, che salvarono il Faraone dall’accerchiamento ittita .
Anche dopo la sconfitta dei Popoli del Mare, il Faraone Ramses III gli arruolò nel suo esercito e risultano ancora presenti nel Vicino Oriente nel 1191 a.C. nelle battaglie contro i Filistei.
Per circa trecento anni i sardi nuragici mantennero rapporti militari, politici ed economici con l’Egitto dei Faraoni, insediandosi in piccole colonie sulle sue coste.

Gli scambi culturali col Mediterraneo Orientale

Per queste vicissitudini e come il più importante e forte dei Popoli del Mare che invasero tutto il Mediterraneo e impegnarono duramente anche l’impero egiziano, gli Shardana dalle lunghe navi nere, con gli elmi cornuti, gli scudi tondi e le spade a foglia di mirto, conobbero a fondo la cultura della birra dell’Egitto e di tutto il Medio Oriente, riportando in Sardegna migliori metodi di produzione e nuovi gusti e passioni.
I sardi prima dell’età del ferro avevano rapporti commerciali e diplomatici con la civiltà cretese che produceva e consumava oltre a diverse qualità di buon vino, molti tipi di birra, stipati in innumerevoli anfore marchiate con i nomi dei vini e delle birre, nei magazzini del palazzo di Cnosso, rintracciate negli scavi archeologici che hanno rimesso alla luce quella antica e straordinaria civiltà.
Conobbero e commerciarono con gli Etruschi e i Greci lasciando ex voto di bronzo nel santuario di Delfi e partecipando ai giochi olimpici, nei quali dopo una iniziale resistenza greca in favore del vino da loro pur sempre preferito , la birra divenne la bevanda olimpica sacra.

Il vino e la birra dei nuragici

Ancor prima dell’arrivo dei mercanti Fenici che commerciarono per primi con i Sardi nuragici sulle spiagge dell'isola e in seguito nei loro empori le anfore di vino greco, di Cipro e del Libano, si produceva vino di uve selvatiche ma soprattutto birre ottenibili con la lavorazione dei vari tipi di frumento coltivati in Sardegna, principalmente grano ed orzo.
Il vino sbarcato direttamente sulle coste da abili mercanti stranieri fu la grande novità offerta ai sardi per il loro consumo e per la più forte ebbrezza ottenibile dato il più elevato contenuto di alcool del vino di uva rispetto alla birra..
I Sardi nuragici apprezzarono il vino orientale perché potevano festeggiare con più sfrenate ebbrezze le loro feste cantonali, dimostrare con il possesso di quel liquido potente la superiorità sociale dei nobili, degli sciamani, dei guerrieri e dei ricchi commercianti e forse come altre esperienze storiche dimostrano in tutte le epoche, fu il vino ad aprire la strada ai nuovi conquistatori.
Ed il vino di allora non era come quello odierno, per conservarsi meglio nelle difficili condizioni igieniche dell’epoca, con contenitori non perfettamente stagni, ottenuto con tecniche di vinificazione primitive e basate più su procedimenti magico religiosi che scientifici, veniva prodotto così denso ed alcolico, da dover essere addizionato con resine e sostanze varie e consumato con l’aggiunta di due parti d’acqua per una di vino.
Questa abitudine certificata da Omero nei versi dell’Iliade e dell’Odissea continuò sin oltre l’epoca punica e romana, quando i governanti di Roma che lo bevevano ben allungato con acqua, imposero ovunque fosse possibile nel loro impero la coltivazione della vite e la fornitura del vino e dei cereali a Roma a detrimento della antica produzione della birra nel Mediterraneo, che pur in piccole e particolari quantità non era disdegnata dalle classi dirigenti e dai ricchi dell’Urbe.
In Sardegna iniziarono i Cartaginesi imponendo la cultura intensiva dei cereali, destinati ad alimentare la città africana e i suoi eserciti, in maniera tanto violenta ed esclusiva da vietare la coltivazione degli alberi, lasciandone un minimo per le popolazioni autoctone tanto da causare continue rivolte.
Impiantarono parallelamente la coltura intensiva della vite e sostituirono inizialmente col vino la produzione di birra, ostacolando l'uso dei cereali come materia prima, destinati a Cartagine.
La Sardegna in seguito, trasformata in granaio di Roma, vide la scomparsa della produzione della birra nelle aree romanizzate e il diffondersi della vite. Solo le popolazioni barbaricine continuarono a produrre birra dal grano razziato nelle loro scorribande nelle pianure e nelle fattorie sotto il controllo romano.

La birra è mediterranea

Contrariamente a ciò che normalmente si pensa la birra non è un prodotto naturalmente originario del nord dell’Europa, accomunabile al freddo ed alle nebbie e alle lunghe notti boreali, alle bevute al chiuso in case o locande sotto la neve o al fresco delle corte estati nordiche.
La sua produzione ed il sempre più diffuso consumo in tutto il mondo non è originaria di quelle popolazioni nordiche.
Queste conobbero la birra molto in ritardo rispetto ad altre civiltà che molti secoli prima sfruttarono la conoscenza dell’agricoltura in terre umide, fertili e calde situate nella zona che attualmente contiene l’Egitto, Israele, la Siria, l’Irak, l’Iran e parte della Turchia.
Tutte terre intorno alla Mezzaluna fertile, bagnate da grandi fiumi come il Nilo, il Tigri e l’Eufrate, che videro con la domesticazione e la coltivazione dei vegetali e soprattutto dei cereali la nascita dell’agricoltura e quindi della civiltà.
Quando ancora in Europa si viveva solo di caccia e raccolta, con bande erranti che si spostavano da un luogo all’altro senza ancora conoscere l’allevamento degli animali, nel Medio Oriente s’imparava a selezionare vari tipi di cereali, a seminarli stagionalmente, a raccoglierli e poi ancora a seminarli raccogliendone ancora di più.
Nell'utilizzare questa nuova risorsa alimentare in vari modi, passando dalla invenzione della macinatura all’impasto con acqua per la cottura sul fuoco ed in forno del pane azzimo e successivamente con la scoperta della fermentazione e della produzione del pane lievitato, le prime popolazioni contadine si evolsero localmente per millenni.
Spinti dalle migliori condizioni di vita, dall’aumento demografico e dalla nascita della cultura urbana negli insediamenti fissi costruiti vicino ai campi coltivati, nacquero le prime città e la civiltà dell’uomo.
A partire da circa 10.000 anni a.C. ai 5.000 anni della stessa era, la civiltà contadina si espanse a partire dal luogo d’origine come onde concentriche generate da un sasso nello stagno, sino a raggiungere le estreme periferie d’Europa.
Semplificando si può dire che la civiltà contadina, dalla sua origine, impiegò oltre 5.000 anni per arrivare dal Medio Oriente in Irlanda, in Spagna e nel nord Europa.
Essendo gli spostamenti via mare più facili e veloci, i primi neolitici contadini arrivarono con la corrente mediterranea in Sardegna e nell’Egeo nel 6500 a.C., circa mille anni prima che nel continente europeo.
Questa lunga emigrazione di popoli, di tecnologie e di cultura prende il nome di transizione neolitica e fu probabilmente la prima forma di globalizzazione vissuta dagli esseri umani attraverso l’agricoltura e le sue conseguenze.
Gli agricoltori che si spostavano alla ricerca di nuove terre da coltivare, sempre più lontano dalle loro terre d’origine colonizzavano nuovi campi, abbattendo e bruciando boschi o dissodando pianure e colline oppure convincendo altre popolazioni sino ad allora solo cacciatrici e raccoglitrici ad adottare anche questa nuova produzione di cibo, fondavano fattorie, villaggi, piccole città, allo scopo di produrre un alimento semplice e buono: il pane.
Essi potevano conservare le granaglie essiccate nei silos, prelevandone giusto il tanto necessario da macinare e poi panificare regolarmente, assicurandosi una base alimentare costante anche a fronte di situazioni negative e di carenza alimentare.

La birra e il pane

Storicamente la produzione del pane e della birra sono segnalate contemporaneamente in quanto la panificazione favorita dalla lievitazione era operata dagli stessi lieviti che trasformavano l’amido del mosto di orzo o di grano in zuccheri che si sarebbero successivamente trasformati in alcol e gas anidride carbonica nella fermentazione originaria della birra.
La concentrazione di popolazione e la maggior prolificità conseguente al miglior tenore di vita facilitò l’evoluzione delle popolazioni contadine che si concentrarono in villaggi e creando le città diedero vita alla civiltà, che proprio dai luoghi d’origine dei contadini, la cosiddetta mezza luna fertile nel vicino oriente, s’irradiò ovunque.
La civiltà da allora è caratterizzata dalla produzione del pane e della birra.
Che sia nata prima la birra o il pane è ancora un enigma.
Certo è che le civiltà sumera codificò la fabbricazione della birra, tanto da descrivere la produzione di grossi pani d’orzo, cotti in forno superficialmente e lasciando l’interno umido con i lieviti in grande attività, da spezzettare ed ammollare successivamente in acqua per iniziare la fermentazione che avrebbe poi portato alla produzione della birra.
Successivamente nella grande Babilonia la birra divenne un prodotto quasi industriale, regolato da ferree leggi dello Stato e dal larghissimo consumo, quasi un diritto per ogni cittadino che a seconda del suo ceto e censo aveva diritto dal minimo di due litri giornalieri di birra per l’operaio ai cinque o sei litri per i sacerdoti, i generali ed i funzionari di governo.
La birra non era più un sottoprodotto della panificazione o un prodotto parallelo, ma costituiva una parte importante dell’alimentazione dei Sumeri.
Anche il Pantheon sumero e successivamente assiro-babilonese ed egiziano conteneva Dei e storie mitico-religiose che si rapportavano alla birra, ai suoi effetti, al suo valore sociale e spirituale, mentre i Re ed Imperatori godevano di birre speciali e particolari che li avvicinavano, se non proprio trasformandoli in Dei in terra durante le libagioni.
L’importanza della birra e della complessa logistica agricolo-industriale-distributiva necessaria per un così ampio consumo, nel tempo si evolse tanto da trasformare la birra in una importante ed indispensabile forma o parte di salario, utile in qualsiasi attività soprattutto in quelle fisiche e manuali.
Questa particolare forma di distribuzione venne specializzata nei millenni di vita della civiltà egiziana, durante la quale vennero prodotte tantissime varietà di birra, da diversi cereali e attraverso la loro maltizzazione, destinate a schiavi, uomini liberi, militari, nobili e Faraoni.
Esiste un’immensa letteratura in merito tanto che possiamo ben dire che l’egiziano medio bevesse quasi esclusivamente birra durante la sua giornata, ad iniziare dagli operai che costruivano monumenti o piramidi e che ne ricevevano minimo due litri ogni tre ore, per passare ai tre litri dei capomastri ed ai quatto-sei dei funzionari e militari.
Bere birra era indispensabile nella società egiziana per mantenere ad un giusto livello energetico l’alimentazione e per reidratare il fisico in un clima caldo e a fronte di attività fisiche impegnative.
Da sottolineare come fra i Sumeri, i Babilonesi e gli Egiziani ( come fra i Cinesi che nello stesso periodo storico consumavano tantissima birra anche di riso) la creazione delle grandi città, vicino ai grandi fiumi, ai pozzi e alle sorgenti, si ponessero grandi problemi d’inquinamento naturale e soprattutto d’origine umana e animale delle fonti di acqua per uso alimentare.
Era fondamentale bere acqua esente da batteri che potessero innescare malattie e grandi epidemie. La birra ottenuta da acqua portata ad alte temperature per innescare la fermentazione e liberata da tanti microrganismi nocivi dalla fermentazione stessa ed in presenza di un potente antisettico prodotto come l’alcol, costituiva la bevanda ideale per prevenire malattie conseguenti all’ingestione d’acqua inquinata.
Anche gli egiziani producevano la birra di diverse qualità, bionda o rossa e scura, addizionata con sostanze aromatiche, ricoprendo i pani da birra con miele od altre sostanze zuccherine per aumentare il grado alcolico.
Questa produzione durò nei millenni, scontrandosi negli ultimi secoli con la propensione al vino d’uva dei Greci e delle civiltà ellenistiche che influenzarono anche l’Egitto e soprattutto dei romani che consideravano in genere la birra una bevanda per donne, mentre il vino riscuoteva migliori favori dai virili fondatori dell’impero che si estendeva dalla Siria al vallo Adriano in Scozia.
I romani avversarono la produzione di birra per convogliare tutti i cereali producibili nella periferia calda dell’impero a Roma.
Costituirono il monopolio del vino che invece era venduto a caro prezzo in sostituzione della birra ai popoli soggetti.
In Sardegna vietarono la produzione della birra seguendo l’esempio dei cartaginesi, primi dominatori esterni, per poter inviare tutto il grano a Roma come prima a Cartagine.
Ma i Sardi non furono mai sconfitti e si rifugiarono all’interno montuoso dell’Isola, chiamata dai romani Barbagia o luogo abitato dai barbari.
Da lì scendevano per rapinare gli agricoltori in territorio romanizzato, preda principale non il bestiame, di cui erano allevatori, ma il grano e l’orzo che serviva non solo per il pane ma anche per la birra.
Storici romani raccontano che le tribù barbaricine spesso erano vittime di agguati romani quando si riunivano per festeggiare e divenivano facili vittime dei legionari per la grande quantità di birra che avevano bevuto in quelle occasioni.
Solo nelle terre del Nord Europa la vite non dava frutti utili alla vinificazione e vivevano popolazioni di origine celtica che avevano continuato la tradizione birraia delle prime popolazioni megalitiche di contadini insediati sin nella periferia fredda europea, Irlanda, Scozia e Scandinavia. Anche nella Gallia e Spagna e Inghilterra, conquistate dai Cesari ed oltre i confini imperiali dove vivevano liberi i cosiddetti barbari germanici, si continuò a produrre birra, tanto da mantenere nei secoli la tradizione, innovare la produzione e diffonderla con la rivoluzione industriale tanto che giungesse sino a noi con i risultati attuali con una nuova diffusione globale in tutti i continenti.
Purtroppo le terre d’origine della birra, in conseguenza della conquista araba e della conseguente islamizzazione che considera vietato il consumo di alcolici, hanno visto scomparire da tutta la sponda sud del Mediterraneo e dal Vicino Oriente la produzione della birra, fatto salvo lo sporadico consumo di birra analcolica prodotta in tempi moderni.

Birra in: un ritorno a casa Sardegna

Sono tanti i fattori che hanno portato soprattutto nel secolo passato ad un’espansione della produzione e del consumo della birra nel mondo.
Si può dire che le due grandi bevande a contenuto alcolico preferite dall’uomo, il vino e la birra, si sono diffuse in ogni continente ed in ogni latitudine, sconvolgendo consuetudini radicate ed aprendo nuove prospettive produttive, qualitative e commerciali.
La birra dal mondo nord europeo ed il vino dalle società mediterranee, sono stati esportati ovunque alla ricerca di mercati nuovi e migliori opportunità.
Si nota attualmente un certo riequilibrio nei consumi nelle società un tempo molto caratterizzate da una o l’altra bevanda.
Dove si consumava solo vino, diminuisce il consumo di vino ed aumenta quello della birra.
Nei paesi forti bevitori di birra diminuisce il consumo di birra ed aumenta quello del vino.
In ogni caso questo è un processo graduale e con uno sviluppo costante.
Solo in Sardegna l’inversione di tendenza ha registrato una velocità inusuale a favore della birra facendo registrare un particolare “caso Sardegna”.
Non è difficile poter dire che questo fenomeno, dai contorni che si potrebbero meglio esplorare, ha confermato la mediterraneità della birra e come l’aderenza di fattori socioclimatici tipici di una zona geografica temperata abbia favorito un miglior consumo di questa bevanda.
Tutto ciò permette di poter identificare nelle aree temperate se non proprio calde del pianeta, in ragione delle origini della birra, un magnifico e futuro mercato di elezione per il consumo di birra e per una innovativa produzione che tenga conto di particolari caratteristiche necessarie per proporre prodotti adatti alle caratteristiche climatiche e culturali dei consumatori, evitando di proporre prodotti e messaggi tradizionali ed ottimi per aree tipicamente nord europee ma inadeguati o non sufficientemente dinamici per aree geografiche e culturali di tipo mediterraneo e rintracciabili in ogni parte del pianeta.
Mentre è più facile riuscire a offrire tipi di birra adatti ad aree di tipo mediterraneo, fra le tantissime varietà prodotte o con nuove rielaborazioni di prodotto, meno agevole risulta ricostituire un complesso di messaggi, stereotipi, archetipi, miti, che sostanzino con un discorso complesso, intellegibile non solo a livello conscio e legato alla cultura anche ancestrale dei nuovi fruitori, un impegno di mk&co. utile per conquistare nuove ed importanti quote di mercato.
Il caso Sardegna è in ogni modo illuminante, la birra che nei comportamenti si ritiene propria e come consumata da sempre, caratterizza l’identità dei moderni sardi consumatori, costituendo parte di questa identità quasi fosse un elemento dell’eredità culturale degli antichi progenitori..
La birra Icnusa, dal nome della Sardegna antica, nata col simbolo della bandiera della Regione/Nazione Sarda, possiede il privilegio della primogenitura nell’aver offerto l’antica bevanda ai sardi dopo secoli d’oblio, continua la sua leadership malgrado le offensive della concorrenza interessata ad un ricco mercato tesaurizzando nella comunicazione la certezza/mito di essere stata la birra la bevanda bevuta dai sardi nei primi millenni della propria storia.
Il caso costituito dal grande consumo di birra in Sardegna non solo può essere un punto di riferimento per la commercializzazione di questo prodotto, ma può essere utile per iniziare un nuovo processo di comunicazione innovativo, per affrontare casi analoghi ed altri prodotti per i quali possono essere esplorati nuovi traguardi, anche d’esportazione qualificata, basandosi sul recupero della loro mediterraneità e sardità come della valorizzazione di miti fondanti analoghi a quello costituito dall'attuale grande consumo di birra dei sardi interpretato quasi come un ricordo biopsicologico dell'antico consumo da parte della società nuragica.

Foto da: sardegna.marenostrum.it
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SU TIRAZZU

pubblicato il 18/02/2014 23:18:46 nella sezione "Storie e leggende"
SU TIRAZZU
di Sebastiano Mariani

Ricordo di un rito di iniziazione alla vita adulta nel mondo pastorale

La visita di leva, meglio nota come “su tirazzu” era, sino alla fine degli anni sessanta, una delle più belle attrattive dei paesi del nuorese, in particolare di Orune, che viveva questo momento come un magico momento di felicità.
I giovani che dovevano sottoporsi alla visita di leva dovevano recarsi a Bitti, sede di mandamento e di pretura e qui venivano visitati e dichiarati idonei, rivedibili o riformati. Una seconda visita veniva successivamente fatta a Cagliari e qui si concludeva la selezione, prima di partire per il servizio militare.
Su tirazzu era un momento di grande importanza simbolica per il giovane, che in quel momento vedeva riconosciuto il proprio ruolo nella società e che con il successivo servizio militare segnava uno spartiacque fondamentale della vita. Dopo il servizio militare si acquisiva il diritto non scritto de si tirare a banna, di rendersi economicamente autonomo, con gregge, redditi e oneri propri. Generalmente questo momento sanciva la data dalla quale ci si poteva sposare. Ecco perché tanti giovani che sin dagli otto o nove anni battevano la campagna, spesso senza aver mai indossato un pantalone nuovo e senza essere mai usciti dai confini del paese, non vedevano l’ora di provare questa autentica iniziazione.
La festa durava tre giorni, durante i quali si dava prova (buona) di tutto quello di cui si era capaci. Già diversi mesi prima, ognuno pensava a raggranellare qualche soldo da mettere da parte, magari raccogliendo spezzoni di sughero da vendere o ingraziandosi parenti e amici. Risparmiare su altre spese era impossibile, perché sino a quell’età i soldi erano pressochè sconosciuti. Ma per quel giorno la famiglia riusciva sempre a procurare quanto era necessario, altrimenti che festa sarebbe stata ?
Il giorno fatale ci si incontrava di buon mattino e a gruppi di una diecina si iniziava la festa. L’abito doveva essere rigorosamente nuovo. Papasedda, il sarto del velluto, lavorava giorno e notte per accontentare tutti e faceva fare gli straordinari ai suoi dischentes. Il giorno si indossavano finalmente sas iscarpas de cromo e i cambales nuovi, meglio se a buttones. La camicia era bianca, limpida, almeno il primo giorno. Anche su bonette era nuovo di zecca e i fratelli Demurtas di Jerzu, che li fabbricavano, erano gli esclusivisti del modello orunese, ormai rinnovato con i colori scuri e la fibbietta su retro.
Ciascuno dei giovani acquistava una bottiglia di squisito liquore, anisetta, mandorla amara, ferrochina o vermuth e la inseriva in una tasca della giacca. Senza toglierla dalla tasca, si versava il liquore in piccolissimi bicchieri di vetro lavorato, chiamati calicheddos, e lo si offriva a quanti si incontravano per la strada. Ci si incamminava per le strade del paese mettendosi le mani sulle spalle e intonando il canto a tenores. Ogni tanto ci si fermava per ballare e per verificare che le bottiglie non fossero troppo piene.
Quando si arrivava negli slarghi delle vie o nelle piazze ci si fermava e oltre ad esibire le doti canore del canto e del ballo, iniziavano le prove di abilità. La principale era s’istrumpa, la lotta, che era una prova di forza e di abilità insieme. C’erano tre modalità di gherrare a istrumpa, ed erano a tzinta, a chithu e a brussu.
La più comune era quella a tzinta, dove i gherradores si afferravano rispettivamente per la cintola badando a che ciascuno avesse un braccio sotto e uno sopra quelli dell’avversario, in modo da non dare o ricevere vantaggio nella presa. Questo modo di gherrare dava modo di utilizzare meglio l’elasticità del corpo e di poter vincere non solo con la forza ma anche con l’astuzia e l’agilità. Questi duelli duravano anche ore, con momenti esaltanti in cui un gherradore sollevava l’avversario, lo faceva roteare e tendendo la gamba cercava di atterrarlo, non sempre con esito a lui favorevole. I bassi tarchiati spadroneggiavano, aiutati da un baricentro spesso alto poco più di mezzo metro. Nella presa a chithu e a brussu ci si stringeva nella vita o nelle braccia e si sfruttavano meglio le doti di forza e le fasi duravano pochi secondi o al massimo qualche minuto.
I grandi gherradores venivano ricordati anche per decenni.
Altra prova era il salto in alto. Due o tre giovani si sfilavano la cinghia e unendole insieme le tendevano a formare un’asta, oltre la quale i saltatori dovevano volare. Per essere più leggeri, quasi tutti si toglievano i cambales, sotto i quali era possibile vedere i laccini con cui si stringevano alle caviglie mutanda e pantaloni. Quelli più bravi potevano gareggiare anche con essi. Il solo fatto che invece di scarponi chiodati o di spessa gomma, si indossassero le iscarpas de cromo, ben più leggere, dava a questi giovani atleti un'agilità e un'energia incontenibile. La mandorla amara faceva il resto. Bastava unu tzinnu all'altro che teneva le cintole per sollevare o abbassare il livello del salto e favorire o far fare magra figura al saltatore.
Altra prova era quella di appoggiarsi ad un muro di una casa e verificare a quale altezza arrivava la propria testa, dopo di che, con una breve rincorsa, si spiccava un salto per verificare se con il piede si toccava l’altezza della testa. I capottamenti a testa in giù non erano affatto rari.
Le partite infinite di morra comprendevano quattro giocatori più due che contavano i punti e facevano da arbitri. In questo gioco si raggiungevano momenti di alta tensione emotiva, perché la tentazione di iscanare, di nascondere un dito, o di giocare sa murra puntada, veniva sanzionata da avvertimenti e richiami alla correttezza molto decisi. La giornata si trascorreva in totale frenesia di gioco, di canto e di allegria e solo a notte fonda, stremati dalla abbondante bevuta e da tutto il resto, si andava a riposare, con le dovute eccezioni di coloro che vedevano spuntare la seconda alba. A memoria d’uomo, non si ricorda un solo fatto increscioso o un semplice litigio in queste giornate. Era la festa dell’allegria e della solidarietà, di quello spirito di corpo a cui in tempi non molto lontani quei giovani guerrieri potevano venire chiamati a rispondere sotto le vere armi.
Il secondo giorno si andava Bitti. Era un giorno epico, perché tutto quello che si era fatto il giorno prima fra amici del paese, quel giorno bisognava farlo con e contro i bittesi, eterni antagonisti e non sempre amici. L'arrivo a Bitti dei Tzullos, (così i due paesi si apostrofano vicendevolmente!) veniva salutato con risatine di scherno e commenti salaci, ma anche con preoccupazione, il medico del paese quel giorno si teneva prudentemente a disposizione! Dopo le visite mediche i migliori gherradores di Bitti sfidavano quelli di Orune e viceversa e la posta in gioco era innanzitutto l’onore, dopo venivano le casse di birra o di spuma e le bottiglie di liquore. Il vino era del tutto ignorato. I gherradores stavano sempre in gruppo, rimanere da soli poteva significare di trovarsi nella condizione di non rispondere a provocazioni e alle derisioni di cui i bittesi, da buoni padroni di casa, erano maestri.
Una frase di troppo, una mossa di istrumpa proibita, un punto di morra arrogantadu, un insulto, potevano significare lo scoppio di una scintilla che spesso ha lasciato sul selciato feriti e contusi a decine. La giornata era lunga e la si viveva con la intensità con cui si vive una giostra cavalleresca, una battaglia per entrare nella storia.
Verso sera, con l’ultimo postale si tornava ad Orune, con tante storie da raccontare e qualche punto da suturare. Qualcuno tornava a piedi, un po’ per risparmiare i soldi del viaggio, un pò perché in fondo dodici chilometri non erano poi tanti e se si facevano truvando qualche bestia incontrata per strada si faceva quanto mai in fretta. Nel ricordo di tanti rimangono i nomi di coloro che sono tornati con juvos e con cheddas de vaccas. Non a caso alcuni cantavano.....

Trimbu barrazzelladu bittichesu
Si non tentas su juvu custu iverru
Dae s’istalla ti che lu voccamus
Ca acchimus sa crae ‘e filuferru….

Ma quel giorno a Bitti non tutti avevano paura dei Tzullos di Orune, ma anzi li aspettavano con ansia, ed erano i baristi e i negozi di biancheria, perché quel giorno si vendevano in abbondanza due cose : bibite e fazzoletti. Delle bibite abbiamo già detto, mentre è necessario sapere che ciascun giovane doveva portare quanti più fazzoletti poteva, da regalare alle ragazze del proprio paese. Ma non tutti erano abilitati a portare i fazzoletti. I riformati, sos miserabiles, infatti, non potevano fregiarsi dei fazzoletti e il terzo giorno, quello di fine festa da trascorrere ad Orune, essi erano quasi emarginati, “non degni” di continuare a festeggiare con coloro che erano stati dichiarati abile arruoladu. Il cantadore intonava :

Abile arruoladu m'ant boccadu
A balla ch’erte zuttu s’orcu in fora
Su capitanu chi m’at misuradu ….

Il mito de s'abilidade, della forza e dell'efficienza fisica, non riuscivano a far accettare l'idea che poi venissero messe a disposizione di un comandante o padrone, il servizio militare non solleticava più di tanto.
Anche la convinzione che la leva dell'anno fosse la più forte “di tutti i tempi”, non faceva risparmiare qualche piccolo sfottò alla leva precedente, sempre il cantadore ....

Sos sordadeddos de su trintasese
chi son galu corcanne chin sa mama.....

Con i fazzoletti annodati l’uno sull’altro, infilati nella visiera del bonette e fatti scorrere nelle spalle, nella schiena e sino alle gambe, si iniziava il terzo giorno, durante il quale si ripetevano i giochi, i canti e le sfide dei giorni passati, ma dedicando più tempo al giro per le strade, in attesa che la propria bella si affacciasse e che accettasse in dono il fazzoletto più bello. Le cugine, le sorelle, le vicine di casa quel giorno avevano un sorriso più luminoso del solito. I riformati inserivano nella visiera il foglio di congedo e camminavano un passo indietro rispetto a tutti gli altri, mentre i rivedibili, coloro che dovevano ripetere tutta la cerimonia l’anno successivo sapevano che loro i tre giorni del prossimo anno li avrebbero vissuti da riserve, senza gloria. Coloro che a Bitti avevano riportato vittorie nella strumpa venivano adulati dal cantadore inviando un messaggio di provocazione ai rivali del giorno prima :

Su bittichesu e samben romanu
Chi ti nne ses vantadu atera via
Si colas a gherrare a su manzanu
A su sero ne contas balentia…

Verso sera le compagnie iniziavano a sfrangiarsi, qualcuno veniva riportato a casa e messo beatamente a dormire, la sua bottiglia era vuota da un pezzo. Qualcun altro faceva visita ai parenti a raccontare le balentìe dei tre giorni, mentre i più continuavano sino allo stremo. Tre giorni interi di festa, da protagonisti, da eroi, quando sarebbero mai ritornati? In quei tre giorni avevano vissuto in una dimensione epica la loro vita. Le frotte dei bambini che per tre giorni avevano seguito i gruppi in attesa di qualche caramella li avevano fatti sentire giganti, mentre gli sguardi degli adulti, che vedevano in loro la gioventù, la forza, la bellezza dei loro eredi sognati, li avevano resi sacri. Quanto sarebbe stato bello se quei giorni avessero potuto continuare all’infinito…
Ma il risveglio del quarto giorno diceva che tutto era finito. Prima dell’alba ognuno era già partito per il proprio ovile. Le mamme e sorelle conservavano per la prossima festa del Carmelo o de Su Cossolu ciò che era rimasto dell’abito e della camicia.
Nel primo pomeriggio, sotto un albero di leccio e vicino ad una fresca sorgente, aspettando che passasse quel residuo mal di testa, si pensava a quella ragazza che prendendo il fazzoletto aveva abbassato lo sguardo a guardare i propri piedi.... forse scalzi.
Sulla stessa quercia avevano riposato gli antenati dopo essere ritornati da contese e feste ben più epiche.
Lontano il cane pastore abbaia, sono le tre ed è già ora di mungere......
S'URTIMU TIRAZZU

"Su capitanu chi m'at mesuradu
A balla ch'eret zuttu s'orcu in fora"
Cantavat Frantzischeddhu riformadu
Ca s'istatura non bi fit ancora

Ma Giuvanneddhu nat "pranta corazzu
Mira c'affirgonzados non ghiramus"
Cust'est suzzessu a s'urtimu tirazzu
Fatt’ in terra bittesa e lu contamus

Fatt'an istrumpa e ambos sono ruttos
Brillos senza buffare e po sa gana
Ma vantannesi "semus de Orune!!"

Ana atzuffadu e los an pur' iscuttos
Ma dae Bitti contadu mi l'ana
Son ghirados chin d'unu voe a fune
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Sas dies imprestadas ed i giorni della merla

pubblicato il 31/01/2014 18:03:23 nella sezione "Storie e leggende"
Sas dies imprestadas ed i giorni della merla
di Angela Sanna

In Italia ci sono varie leggende che fanno riferimento agli ultimi tre giorni di Gennaio, che sono considerati i mesi più freddi dell’anno.
La più diffusa è la cosiddetta leggenda dei “giorni della Merla“, che racconta di una femmina di Merlo dal bianco piumaggio, che per il freddo si dovette riparare insieme ai suoi piccoli, all’interno di un comignolo per tre giorni, per venire fuori dal rifugio il 1 Febbraio completamente nera di fuliggine.
Si racconta che il merlo perse la sua colorazione bianca proprio in questa occasione.
C’è invece chi dice che la merla per proteggersi dal freddo del mese di Gennaio, (allora solo di 29 giorni) si rifornì di provviste e si rifugiò all'interno di un camino, Gennaio s’indispettì e chiese in prestito a Febbraio tre giorni (il 30, il 31 ed il 1 Febbraio), così che quando la merla uscì dal suo nascondiglio fu travolta da una bufera di neve, vento, pioggia e gelo.
Il significato della leggenda è che se i giorni della Merla sono freddi, la primavera sarà bella, se sono caldi la primavera arriverà in ritardo.
Invece a Scano Montiferro in Sardegna, si racconta de “sas dies imprestadas”, Gennaio avrebbe chiesto due giorni in prestito, (non tre come nel resto dell’Italia) per far morire di freddo e di gelo un pastore con le sue pecore. Dal grande freddo si salvò solo una pecora che si era rifugiata sotto “unu labiolu” (la caldaia di rame che si utilizzava per fare il formaggio).

Fonte:
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La breve emigrazione della mia famiglia. Stralci di ricordi

pubblicato il 22/01/2014 19:31:50 nella sezione "Storie e leggende"
La breve emigrazione della mia famiglia. Stralci di ricordi
di Silvestra Pittalis

Orune 1970 .

Forse non lo sapete ma anch’io per un breve periodo di tempo sono stata figlia di emigrati. Era l’estate del 1970, io dovevo andare in prima media e la mia famiglia decise di emigrare in Emilia Romagna, dove tanti parenti avevano trovato fortuna. Mio cugino Prededdu Sanna faceva il camionista e lui avrebbe dovuto accompagnarli nel viaggio della speranza. Prededdu aveva una mamma malata e dovevano decidere chi di noi sorelle doveva rimanere ad Orune con nostra zia. Penso di aver pregato Dio e tutti i Santi perché quella non fossi io, visto che da quando sono nata volevo andarmene da questo paese. Non fui ascoltata né da Dio né dai Santi e tanto meno dai miei, nonostante le mie lamentele, anche perché con quella mia zia non andavo proprio d’accordo! Abituata com’era alla pazienza e all’obbedienza di mia sorella maggiore, so che non avrei retto il confronto. Ero stata la “prescelta” visto che ero anche la più grande. L’unica cosa che mi restava di positivo erano mio nonno che non volle partire e Prededdu, con i quali quale andavo molto d’accordo. Prededdu faceva di tutto per non farmi pensare alla mancanza e mi portava spesso con sé nelle varie gite, nonchè a fare viaggi col camion, quindi nella mia vita ho fatto anche la “navigatrice camionista” e ho imparato anche a guidare un camion.
Con tutte le lacrime del vicinato di Gurgu, che avrebbero irrigato un intero campo di carciofi, i miei, dopo aver caricato tutti i mobili necessari, il resto lo avrebbero comprato in loco, partirono. Ho passato un pomeriggio sotto il letto di ferro di mio nonno a riflettere sulla famiglia e decisi che quella parola era un’invenzione. Ma come si poteva “abbandonare” una bambina con una donna malata, che fra l’altro di bambini non capiva granché? Nonno cercava di consolarmi, insieme a tutti i vicini di casa ma fu impresa vana. Non mi restava che uscire dalla tana e andare a casa della mia amica Pasqualina, dove zia Jubanna Musio per rasserenarmi mi diede una bella fetta di anguria, della quale ricordo ancora il sapore dolce e zuccheroso. Mia zia mi chiamò dieci minuti dopo. Io ve l’avevo detto: era abituata a tutt’altra sorella!
Iniziò la mia avventura come figlia di emigrati.
Dovevo abitare in due case, a Gurgu che era la mia casa e in biddha a casa di Prededdu, dove zia Margherita, zia Teresina e Zio Giovanni Mundanu, provavano un affetto profondo per me e cercavano con vari espedienti di tirami su. Niente da fare! Mi sentivo una povera orfanella e in quel momento decisi che non avrei mai avuto più paura di niente e di nessuno, che avrei pensato col mio cervello e avrei potuto fare a meno di tutti.
Mia zia era una ricamatrice e nonostante gli spazi fossero davvero tanti, lei li occupò tutti. Non mi rimase che farmi la “camera” in una vecchia 600 FIAT bianca parcheggiata dentro il cortile di Gurgu. Cominciai col togliere i sedili anteriori, poi dopo averla ben lucidata e pulita, attaccai i miei calciatori preferiti: Gigi Riva al primo posto, perché dovete sapere che io ero una grande calciatrice, oltre che tifosa del Cagliari.
La mia “camera diurna” era perfetta, profumata e piena di luce. Ero troppo contenta! Potevo andare da Annarita, prendere i suoi giornalini di Topolino e leggerli in assoluta tranquillità, insieme ai vari fotoromanzi che circolavano nel vicinato. Illusa! Si, mi illusi per qualche giorno che quello spazio avrebbe riempito la mia solitudine adolescenziale.
La domenica mattina dovevo andare a messa e c’era poco da discutere, considerando che mia zia era una grande cattolica, facente parte dell'Azione Cattolica con compiti importanti. Anche qui devo dirvi, che in chiesa entrai davvero poche volte. Ero diventata abilissima ad inventare omelie, visto che mia zia al mio rientro era la prima cosa che mi chiedeva:” Sa preica oje bona iti?” e via: terzo mondo, povertà, bambini orfani, peccati, offese e chi più ne ha più ne metta!
Una mattina, mentre mi accingevo a rientrare dalla messa (si fa per dire), trovai mia zia che ricamava, ben accomodata nella mia “camera diurna”. Mai l’avessi vista! Ho chiamato Prededdu e gliene ho dette di tutti i colori. Nel mentre mio nonno diceva a sua figlia, chi no li bastabat mancu tottu su cunzadu po achere custos recamos e che sarebbe stato meglio lasciare il mio spazio libero. Lei non si è spostata di un millimetro e anche quello spazio divenne di sua proprietà. Era l’estate che andavano di moda las pelotas, quelle palline con due cordoncini che andavano su e giù. Le possedeva Pasqualina ed io ero diventata bravissima ad usarle. Le tende della camera da letto di mamma e babbo erano fornite di due palline in legno con dei cordoncini, che andavano benissimo per creare las pelotas con le mie mani. Tagliai come si deve l’occorrente e anch’io, dopo un po’ di lavoro, avevo il mio passatempo preferito, dopo il pallone. Ma ahimè, mia zia lo scoprì una mattina che decise di chiudere le tende e io per difendermi urlavo che le tende erano di mia mamma e quindi ne avrei fatto quello che volevo.
Mi minacciava l’inferno eterno un giorno si e l’altro pure, ma ormai non mi spaventava per niente: ecco un esempio di come si può diventare miscredenti!!
Mio nonno aveva sempre il suo berretto abbassato, non digeriva la mancanza del figlio e di tutta quella che era la sua famiglia. Con la figlia non era abituato a stare e quindi erano lunghi silenzi i suoi, a parte qualche contascia per me e qualche poesia sarda. Prededdu ormai faceva da cuscinetto fra me e sua madre, inutile dire che mia zia non ascoltava neanche il suo Padre Eterno, quindi Prededdu, spesso mi portava nei suoi viaggi di lavoro col camion: Bonorva, Sassari, Oristano, Cagliari ecc. ecc. (almeno ho girato la Sardegna a 10 anni).
Un bel giorno arriva un pacco con degli amici che erano stati dai miei in Emilia: un pallone Mexico 70 in cuoio, un paio di scarpe da tennis e tante cosine da mangiare, ma quelle le vidi un minuto e poi non le vidi più, ma non m’importava, mi bastava il mio bel pallone. Pasqualina che era la mia amica preferita, perché “incosciente”, simpatica e divertente, insieme a Maria Luisa e Caterina si giocava a pallone contro i maschi (allora Stellina di Mastru Manca) senza sosta. Bene! Anche quel pallone, dopo qualche settimana, sparì. Lo ritrovai secoli dopo dentro un forno per il pane, nascosto in un angolo dalla mia cara zietta.
Intanto iniziò l’anno scolastico alle medie, classe solo femminile. Eravamo abituate alla nostra unica classe mista che era una pacchia, neanche quella! Anno di cambiamenti in tutte le cose.
A me piaceva andare a scuola, ma quell’anno ero un po’ in balia delle onde, vuoi per il cambio di scuola o per le varie vicissitudini, che leggevo solo libri lasciati da babbo a casa e lo studio lo tralasciavo un po’. Ero brava a fare i compiti d’italiano, ma di qualsiasi cosa trattassero io ci infilavo il dramma dell’emigrazione, non fosse altro per il fatto che io non avevo avuto quella fortuna. Al mio professore dì italiano, storia e geografia, Daniele Morante, nipote della famosa Elsa, giovane, bello ed in gamba, non gli sfuggì il mio problema e cercava di farmi sorridere, visto che ormai fra adolescenza e malesseri vari non sorridevo più. Ero spesso e volentieri da Pasqualina, la mamma mi faceva mangiare per forza, era iniziato per me un cammino di quasi anoressia, non avevo più né fame né sonno. Il tempo di entrare dalla mia amica, che mia zia mi faceva rientrare a casa. In più non voleva neanche che le mie amiche venissero a trovarmi. Zia Jubanna Musio preoccupatissima chiamò mia zia, penso che gliene disse di tutti i colori. Ma lei era troppo impegnata nelle sacrestie e nell’Azione Cattolica che forse non l’ha neanche ascoltata. Cosa le importava se una nipote che le avevano affidato, solo per il fatto che lei fosse malata, stesse male e non mangiasse?
Un pomeriggio mi dondolavo nella mia altalena sotto gli alberi di olmo, con il sedile in castagno fatto da mio padre, con un libro in mano e la testa fra le nuvole. Mi girai per caso verso il cortile vicino la cucina e vidi mia zia stesa a terra, non sapevo che malattia avesse e non l’avevo mai vista svenuta (dopo seppi si trattava di epilessia). Fra me e me ho pensato fosse morta o forse l’ho solo sperato. Mio nonno era in campagna e Prededdu da Gigante a brindare il dopo lavoro. Lo chiamai con tutta la voce che avevo e lui, non solo mi ha sgridato, ma mi disse di non chiamarlo mai più se fosse successo un’altra volta. “Bene, se muore rimarrai anche senza mamma” dissi con rabbia. Lui se la rise di gusto. Intanto avevo allarmato tutto il vicinato e zia Jubanna Musio, che ormai mi controllava a vista dal poggiolo, scese e mi portò a casa sua. Zia Maria Zidda sgridò Prededdu e insomma, alla fine mia zia si alzò più arzilla che mai, come se niente fosse accaduto. Per mia fortuna non ebbe più svenimenti.
Arrivò novembre, mio nonno faceva dei grandi fuochi e mi faceva le patate mischiate con la cenere, però erano buone. Le mie sorelle, là in Emilia, erano diventate pallide e smunte e le riportò Prededdu qualche mese prima, mio padre moriva di nostalgia, quindi decisero dopo soli tre mesi di rientrare in Patria. La prima tappa che fece mio padre con la sua lambretta, al suo rientro, fu Unèrtore.
Mio nonno riprese a vivere, si sollevò di nuovo il berretto e campò 97 anni. Io ormai ero per conto mio, nel senso che avevo imparato a vivere quasi da sola e mia zia (finalmente) tornò a casa sua e io mi ripresi la mia 600 bianca, anche se mamma, dopo qualche mese la fece buttare. Credo che a mio padre e mia madre sia rimasto il rimorso a vita, ogni volta che osavano sgridarmi, era un mio continuo ricordare loro, che avevano abbandonato una figlia, lasciandola in mano ad una donna che di adolescenti non capiva un accidenti. Adesso la vedrei in un altro modo, ma da adolescenti i problemi e anche i non problemi vengono amplificati.

PS: Non si offendano parenti e persone nominate in questo racconto perché il tempo ci fa vedere le cose in modo diverso, anche se certi periodi, vissuti come drammi, non si scordano mai. Io fra l’altro ho voluto bene a mia zia e anche lei me ne ha voluto tanto: ero il suo vanto per la mia intelligenza, ma povera lei non poteva fare l’educatrice perché l’avrebbero arrestata e condannata all’ergastolo . Era in fondo una buona donna, ricamatrice raffinata, colta e buona cristiana. Da adolescenti le persone ci sembrano diverse.
Arrivederci alla prossima puntata!
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Rivivere la storia

pubblicato il 20/01/2014 17:31:19 nella sezione "Storie e leggende"
Rivivere la storia
disegno di Angela Sanna

scritto da Sebastiano Mariani

Partirono da Badu'e sole, da Monte tiria, Su Nuratholu, Erthola, da Lavra, da ogni collina, da ogni valle assolata e ventosa ci fu qualcuno che scelto dalla sorte dovette abbandonare suolo e affetti natii per andare verso speranze di futuro. Il gregge, su lantzone, socas e roncole, insieme ai fidi sorgolinos e lapados con i quali avevano condiviso notti insonni di guardia e di ascolto e suppuzadas piovose e ghiacciate, costituivano il capitale che si incamminava verso un camion che li avrebbe consegnati ad un vagone di treno e infine ad un traghetto delle ferrovie dello stato. Asini e cavalli, compagni di fatiche e di turveras premonitrici di gelide nevicate e di estati torride e siccitose compivano anche loro l'ultima di queste transumanze, inconsapevoli compagni di destino.
Un esodo senza guerra e senza poesia li avrebbe portati nelle provincie di Roma, Viterbo, Macerata, Siena, Arezzo... in un altro mondo.
Erano gli anni '50, '60, '70 di un secolo e di un millennio indietro.
Fuggivano dalle difficoltà, dal bisogno, dalla paura.
Ardeddhu, Frantzischeddhu, Carmineddu e tutti gli altri partivano, ma con un unico grande sogno e obiettivo: tornare al più presto e per sempre ai luoghi dai quali strappavano i loro corpi ma non le loro anime. Il destino quasi per tutti ha deciso diversamente.
Il silenzio ha coperto quelle valli di partenza. Sor mellos, su erru 'e sas robas, i latrati dei cani pian piano si sono diradati. E non si sentono le accorate o festose melodie di giovani che dietro al gregge a gama isparta davano alle bestie sicurezza e tranquillità e invogliavano il gioco e la corsa dei giovani agnelli.
Quelle partenze non sono state colmate da altri arrivi, pasturas e fruttos non sono stati sufficienti neanche a coloro che la forza di partire non l'hanno avuta. E quegli ovili senza fumo e senza fuoco aspettano con tristezza il silenzio e le ombre della sera per chiudere la infinita giornata di attesa per ritorni promessi e mai mantenuti.
Con quegli uomini e quelle greggi è partito un mondo intero, una cultura, il suo seme, i suoi riti, le sue regole e le sue leggi. Quanto è rimasto di quel mondo pastorale, separato e distinto dal mondo urbano, insieme ai suoi protagonisti ha visto diradarsi quelle regole, i suoi riti sacri, le sue devozioni millenarie, le promesse e minacce che valevano l'onore e la vita di intere famiglie.
Quel mondo cammina sempre più di corsa verso la propria metamorfosi tanto simile alla sua fine. Coloro che sono partiti sono sbarcati a loro volta in una terra dalla quale altri erano appena scappati per cercare salario di fabbrica e scampo alle fatiche di terre esauste, lasciando casali vuoti e filari di uve che da qualche anno non vedevano né l'uomo né la forbice. Dalle rocce e dalle capanne della Sardegna arrivavano uomini e bestie a ridare vita a prati collinari e antiche stalle. Ognuno di loro tagliava un pezzo della propria storia per risalire un gradino sociale, in un baratto simile ad un ricatto cinico e crudele.
“Imus un'amprulla in su mare” - dice Gesuina Giacu rievocando con una malinconica metafora quel viaggio, per poi chiudere - “grascias a deus ja semus annados vene, ma da binn'at cherfidu...”.
In due frasi un'odissea di vita.
È da quando l'uomo è nato che ha desiderato più di ogni altra cosa rivivere la propria storia, almeno per un giorno, un'ora un solo minuto. Un desiderio che è sempre apparso impossibile ma che non ha mai scoraggiato gli uomini dal tentare l'impresa, a volte con la finzione, altre volte col racconto, oppure con la riproposizione di figure, eventi e luoghi dove ripetere ciò che la storia ha chiuso nella scatola della memoria. È questo il desiderio che è iniziato maturare dal giorno che quei pastori hanno solcato il mare: in loro per poter ritornare almeno un attimo a ciò che erano e sono stati e in noi per convincerci forse che loro non sono mai partiti, per pagare un debito di riconoscenza a chi ha sacrificato affetti, luoghi e ricordi per lasciare a chi rimaneva una opportunità di vita migliore...
Il vuoto si è trasformato in debito e il debito in colpa ma le colpe collettive, a differenza dei meriti, sono sempre colpe di nessuno, rimangono sepolte sino a quando qualcuno non ne sente per intero il loro peso e lo assume in proprio e inizia un percorso di riscatto e di purificazione in nome dell'intera comunità.
È quanto credo sia accaduto a Gianluca Bardeglinu col suo Gruppo Folk Santu Sidore, ideatori e protagonisti di questo progetto straordinario. Andare presso le persone emigrate, nei luoghi dove loro hanno trovato nuova vita dando prova di laboriosità, di ingegno, di ospitalità, portatori di una civiltà antica che andava a trovare nuovo terreno da seminare. È stato un atto di coraggio e di altissimo valore culturale: conoscere persone di cui avevano solo sentito parlare, rendere merito alla loro scelta di vita, registrare le loro voci, ascoltarli raccontare e cantare le loro melodie, riprodurre per un giorno il passato è stato il “rivivere la storia”.
Dietro all'amore per il canto, per il ballo, per la propria gente, credo sia maturata in questo gruppo di ragazzi la consapevolezza che rivivere per un giorno la presenza, il rito, il canto con quelle persone, fosse non solo l'appagamento di un gusto estetico e musicale, ma anche una espiazione, una catarsi, per un paese che tanto aveva fatto per allontanare quei figli e che così poco ha fatto per farli ritornare.
Con il Gruppo Santu Sidore sono partiti altri uomini che in gioventù con quegli emigrati avevano condiviso amicizie, sogni, avventure e notti di canto e di serenate romantiche.
Non è stato semplice convincerli a partire per il Lazio e la Toscana ma il pensiero di riuscire a rivedere persone che non vedevano da 50 anni ha superato gli steccati e i freni che l'età e qualche acciacco potevano opporre.
È accaduto il miracolo: (Matheu), Babore Bardeglinu, Pascaleddu Pala...
l'intero Gruppo Folk Santu Sidore... con un carico di giovinezza, di allegria e di cose da raccontare un giorno si sono trovati pronti e frementi per la partenza.
Il Paese andava a trovare i suoi figli lontani .
Il CD allegato ci racconta di questi momenti di convivio e di ricordo. Le voci arrochite o appena stemperate dall'età non hanno perso niente della melodia e del sentimento che avevano dietro alle greggi in su Cumonale, ma si sono caricate di colori, di vibrazioni, di suggestioni che solo chi ha vissuto il prima e il dopo di quelle lontane partenze riesce a capire.

Risentire versi che hanno resistito dentro le memorie di persone che ormai hanno superato gli 80 anni ancora carichi di melodia può essere persino commovente e ci dice che quel pezzo di umanità partita si era portata dentro anche un pezzo del loro paese. L'incontro può essere visto anche come verifica di quanto quegli antichi moduli canori siano cambiati e quanti siano i nuovi gemmati nelle colline laziali o toscane. Registrarli non è stato sempre facile, la ritrosia ad apparire o a prestare la propria voce ad un microfono è rimasta quella di 50 anni fa, confermando che per loro ha valore ciò che si è, non quanto viene trasmesso. La miscellanea di canti e di voci presenta valori assoluti del canto orunese, sia sotto il profilo stilistico che armonico musicale, nonostante la scelta obbligata dei rilevatori di non utilizzare strumenti altamente professionali, ma ritornando al mondo ritual-conviviale nel quale i cantadores trovavano il miglior humus per esibirsi.
In apertura sono le parole di Zessuina Giacu ad introdurre il brano che suo marito, Frantziscu Zizi, oggi ottantenne, inizia con voce quasi flebile e che gira quasi immediatamente a boch'e ballu, come a scaricare un peso dell'anima che si portava dentro da lunghissimi anni. La voce seppur indebolita dall'età è calda, sicura, memore di antiche suggestioni e di una sapiente melodia arcana che Frantziscu sapeva produrre da giovane, quando cantava in tzilleri o in serenate. Il tenore lo accompagna con una armonia grave e quasi cupa, per poi adeguarsi al ritmo cadenzato del ballo . Al commento di Predu Carai, (- Andrieddu e Antoneddu Chessa ),segue la preziosa voce di Antonio Pittalis “Totale” da anni scomparso, tratta da una vecchia registrazione amatoriale. Totale è stato uno dei primi a prendere la via dell'emigrazione verso la Germania, per andare a fare il duro lavoro delle fabbriche e dei cantieri. Ad Orune è tornato per viverci e la sua passione per il canto è andata persino crescendo potendola esercitare nel bar che lui gestiva. Nel brano dà una personalissima dimostrazione della sua bravura modulando pochissimi versi con intonazioni che man mano progrediscono nella melodia e invitano il tenore a raggiungere sempre più la perfezione armonica. Il tenore Santa Lulla – (Antonello Bardeglinu, Fedele Sanna e Zosseppe Mula) – che lo accompagna, dà una ennesima prova di capacità interpretativa e di perfetta sincronia nel tono e nel ritmo.

Un frammento del racconto dei grandi cantadores dalla voce di Micheli Adda introduce il canto di Frantzischeddu Buffa che va invece a pescare nella memoria di quel mondo pastorale che celebrava o dissacrava se stesso nelle sue radici più profonde della balentìa bardanera. I versi sono di Antoneddu Tola che in una sorta di bando pubblico, in undicine corrosive, chiamò tutti i presunti ladri del paese a rispondere della loro condotta. La voce di Frantzischeddu è sempre potente e il suo canto è racconto e rivissuto insieme.
Anzilinu de Baillone attinge a Pippinu Mereu, icona poetica struggente, nei versi di A Nugoro per proseguire con le cantate del sempreverde Padre Luca di “Chentumizza e sordados ispartanos ...”
Il brano è a buon titolo da antologia del canto orunese. La grazia di questa voce è accompagnata da un tenore e una mesu voche perfetti in ogni sfumatura, che creano una atmosfera idilliaca di ascolto e la svolta nel canto a ballu seriu avviene senza soluzione di continuità, in un crescendo di rara armonia . È difficile trovare melodia pura in una voche 'e ballu, eppure Anzilinu ci riesce allungando l'ultima sillaba di ogni verso e andando a sovrapporsi all'armonia delle altre voci. La mezza voce in questo brano recita un ruolo delicatissimo di guida festosa del canto, che sapientemente concede alle altre tre voci, ad intervalli regolari, gli spazi per mostrare da sole la loro armonia per poi reinserirsi con le sue eleganti fioriture mai fuori schema, mai fuori tono. È uno di quei brani che l'ascoltatore vorrebbe che non finisse mai.
Nei brani successivi ritorna una preziosa figura del canto orunese, Predu Carai, anche se non più nel ruolo di mesu voche che lui ha ricoperto in uno dei gruppi più famosi e affiatati che Orune ricordi. Predu aveva un voce bella e melodiosa e avrebbe certamente potuto essere lui il solista di quel gruppo, ma destino volle che facesse anche mesu-voche e che in quel ruolo non avesse rivali per timbro, intonazione e melodia e ciò fu per lui quasi una condanna che lo costrinse a rinunciare, salvo sporadiche volte, al ruolo di prima voce. In entrambi i brani inizia a corfos per girare poi a ballu lestru in cui si alterna col nipote Giammauro Contena, nel più classico modulo orunese e cioè a boche leada con un ritmo coinvolgente e man mano sempre più frenetico. Giammauro è cresciuto fuori dalla Sardegna ma lui il canto lo ha respirato già nel ventre materno e canta come se non si fosse mai mosso da Orune. A coaiduvare Predu Carai nel ruolo di prima voce è anche Joseph Calia che nell'alternanza a boche leada dà modo Predu di tornare al suo antico amore di mesu voche.
Il ritorno della voce di Ardeddu Bardeglinu è il regalo più grande al paese e al canto a tenore orunese, perché si tratta di un interprete di grande talento interpretativo e con uno stile originale che il tempo ha consolidato e migliorato. La sua voce oggi appare leggermente patinata rispetto alle sue prime registrazioni di oltre cinquanta anni fa, ma continua ad essere uno dei punti di riferimento per chi vuole conoscere il canto orunese. Il suo stile di cantare a corfos, con le intonazioni che “partono da lontano” rimangono esemplari e in sa boch'e ballu resta ancora inimitabile .
Una novità del canto orunese è la voce di Babore Bardeglinu al quale 40 anni di emigrazione in terre del sud non hanno tolto la volontà di tornare alla sua terra, volontà concretizzata stabilendosi definitivamente a Nuoro. Babore, maestro nel ballo, leader indiscusso nel gruppo Folk Studio e a buon titolo nel paese, canta con voce antica, con una melodia pacata ormai dimenticata dai giovani cantadores eppure tanto cara agli orunesi. Il racconto di anni felici di canto, di serenate e di amori giovanili precedono il secondo brano che Babore canta con quelli che furono il tenore rimasto più famoso degli ultimi 50 anni : Pascaleddhu Pala basciu e Pietro Sanna-Limbeddhu contra, che nonostante i lunghi anni di interruzione del canto armonizzano con tono grave e potente. È un altro tassello prezioso del mosaico multicolore che man mano si ricompone in archivi preziosi di studio e di consultazione.
A questo rivivere la storia non poteva mancare Remigio Gattu, nel cui nome risiede anche un destino, quello di rimanere simbolo del canto orunese nelle sue migliori espressioni. L'età e una salute bizzosa non gli hanno impedito di assolvere al dovere di salutare coloro che come lui hanno lasciato il paese per cercare e creare lavoro in altre contrade. Egli canta con il suo stile inconfondibile, stile che i giovani hanno quasi paura ad adottare o semplicemente ad imitare per un sacro rispetto alla persona che va oltre gli aspetti musicali.
Ad accompagnare queste magnifiche voci sono stati chiamati dal Gruppo Folk Santu Sidore interpreti di assoluto valore del tenore orunese, primo tra tutti Francesco Sanna che è stato uno dei fondatori del gruppo Folk Studio di Orune e il suo basciu è una garanzia per timbro, colore e ritmo.
Gli altri sono tutti figli e nipoti d'arte che hanno scelto di identificarsi semplicemente come Su Tenore, coprotagonisti di questa magnifica avventura.
Il materiale prodotto da questa encomiabile iniziativa si completa con le foto, i filmati, i dialoghi, i ricordi, le promesse che in nome di un popolo e della sua storia sono stati realizzati, rievocati e rinnovati. Un gruppo di fantastici ragazzi, animati da un'idea impossibile, rivivere la storia, ci lasciano la speranza che questo sia possibile per tutti. Loro ci sono riusciti.
E per coloro la cui vita si è spezzata o è terminata in quelle strade e colline sconosciute il viaggio ha reso il doveroso onore alla loro memoria.
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Le Origini del Mito

pubblicato il 18/12/2013 23:09:48 nella sezione "Storie e leggende"
Le Origini del Mito
Benvenuti, quello che segue è il racconto dei cinquant'anni della Costa Smeralda, dalla fondazione avvenuta nel 1962 ai giorni nostri. Vengono ricordate le origini del mito turistico, la favola del principe Aga Khan perdutamente innamorato di questa terra selvaggia e inaccessibile (79), lo sviluppo del progetto (122) e la conquista della fama internazionale, guadagnata anche grazie alla migrazione verso la neonata destinazione turistica di personalità dello spettacolo e del capitalismo mondiale. Mezzo secolo dopo, quel mito sopravvive e resta un pilastro dell'economia sarda e un riferimento insostituibile per chi, nella scelta della meta per le vacanze, si distingua per buon gusto e amore per una natura dai colori e dalle forme uniche. Segno che quel modello tanto discusso e spesso criticato aveva una sua coerenza e si ispirava a principi che ancora oggi restano validi.

Spiagge dalla sabbia candida, insenature profonde come cunei infilati nel cuore della terra, fondali marini cristallini, graniti dai riflessi rosa lavorati dalla mano millenaria della natura, panorami ricamati dal giallo delle ginestre e profumati di ginepro. La Costa Smeralda deve la sua fama a questo patrimonio paesaggistico unico. E, proprio perchè unica, questa natura così generosa ha attirato sin dai primi anni celebrità di tutto il mondo : big del jet set, dello sport, della finanza, della politica e dell'industria sono stati e sono di casa a Porto Cervo e hanno contribuito in maniera determinante a creare la fama di un luogo di vacanza su cui tutto il mondo, nel periodo estivo, punta i riflettori. Greta Garbo, Margaret d'Inghilterra, Gianni Agnelli, Jacqueline Kennedy, Juan Carlos, Harrison Ford e Sting sono solo alcuni dei frequentatori abituali della località e tra gli animatori della vita mondana, di cui lo stesso principe Karim Aga Khan fu uno dei protagonisti.

Se personalità di questo rango hanno fatto di questo angolo di Sardegna una seconda casa è anche perchè la loro esigenza di riservatezza e privacy viene compresa e assecondata. Una necessità sposata dalla comunità locale, la cui discrezione rappresenta il primo baluardo per difendere gli ospiti più blasonati da curiosità morbose. La letteratura sulla storia della Costa Smeralda racconta episodi di questa corsa sfrenata al divertimento, alla ricerca ossessiva di momenti di felicità e godimento passati anche attraverso sfarzi che possono apparire leggendari, se non fossero veri. Questo continuo susseguirsi di feste, eventi e stravaganze è sempre stato aspetto fondamentale della storia della Costa Smeralda. (202, 263) A partire da Pedros, primo night nato in un vecchio stazzo di Liscia di Vacca e legato al nome del suo fondatore. Ecco cosa scrisse sul Corriere della Sera il giornalista Alberto Pinna, in un articolo pubblicato il 9 agosto 1997 che riporta un'intervista ad una conoscitrice di quell'ambiente qual è Mabi Satta: Il segreto della Costa Smeralda, un mix fra riservatezza ed esibizionismo, classe e scapigliatura, etichetta e stravaganze. Il mito l'ha costruito Karim ma anche personaggi come Peter Kent, Pedros, un gitano amico di Amin, fratello dell'Aga Khan. Pedros aveva aperto il primo locale notturno della Costa, trasgressioni e pazzie fino all'alba. "L'Aga Khan selezionava personalmente gli inviti alle cerimonie ufficiali - racconta Mabi Satta -: un giorno lo vidi trasudare: in prima fila, a fianco di signore eleganti e impettite, era spuntato Pedros, con una volpe argentata in spalla, codino rosa, pantaloni scoperti all'ombelico, stivaletti e cappello da cowboy. Un attimo di panico, un sorriso, tutto a posto. Neanche Pedros fu una stonatura. Pochi fortunati ricordano ancora la faraonica, esagerata festa data dal conte Cesare d'Acquarone nel 1967, su uno yacht alla fonda nelle acque di Poltu Cuatu. Nel documentario "Da lu monti a lu monti", prodotto dalla Master video nel 2004, l'allora concierge dell'hotel Pitrizza Antonello Martini racconta con abbondanza di dettagli quel ricevimento cui parteciparono centinaia di invitati arrivati da tutto il mondo, tanto che lo stesso hotel Pitrizza venne affittato dal Conte per ospitare i convenuti. A poche centinaia di metri da Poltu Cuatu, in quel di Baja Sardinia, il 6 agosto del 1976 l'armatore greco Stevros Niarchos volle radunare i suoi amici di ogni angolo del mondo al Ritual, il locale notturno scavato nella roccia ideato dall'estroso architetto Andres Fiore. Fu una delle notti più sfarzose e folli che la Costa Smeralda ricordi. (219) Altri teatri delle follie notturne, negli anni, sono stati S'Inferru, nel sottopiazza di Porto Cervo, per proseguire con il Pepero, Sottovento e Sopravento e concludere con il Billionaire, la creatura del manager Flavio Briatore che ha monopolizzato l'ultimo decennio di cronache mondane.

Fino a cinquant'anni fa le poche famiglie che popolavano le campagne di Monti di Mola diffidavano dei terreni più prossimi al mare, malarici e improduttivi. Nessuno li voleva e spesso finivano in eredità come i pezzi meno pregiati del patrimonio familiare. Quei litorali allora ripudiati, oggi sono il cuore della Costa Smeralda. Basterebbe questo apparente paradosso per spiegare quanto profondamente abbia inciso sulla storia dei luoghi che ne sono stati protagonisti la nascita e lo sviluppo di uno dei comprensori turistici più famosi al mondo. L'atto formale che segnò la nascita del Consorzio Costa Smeralda è datato 14 marzo 1962. Karim Aga Khan, Patrick Guinness, Felix Bigio, Andrè Ardoin, John Duncan Miller e Renè Podbielski si ritrovarono davanti al notaio Mario Altea di Tempio Pausania per firmare lo statuto, nel palazzo di Corso Umberto a Olbia che fu una delle prime sedi del neonato sodalizio. Il tavolo del notaio era ingombro di carte, gli atti di compravendita dei 1800 ettari di terreno acquistati dai promotori del Consorzio nell'area compresa tra Liscia di Vacca e Razza di Juncu, tra i Comuni di Arzachena e Olbia. La firma dello statuto fu preceduta dalla stipula di una lettera di intenti, nel settembre del 1961, e da un lungo lavoro di programmazione e diplomazia per rendere possibile quella inaspettata rivoluzione turistica. Un lungo lavoro iniziato, del tutto casualmente, nel 1958. Il banchiere inglese John Duncan Miller, vicepresidente della Banca Mondiale, stava visitando la Sardegna per verificare in prima persona l'andamento della campagna di eradicazione dell'anofele, la zanzara agente di trasmissione della malaria. La navigazione per le coste dell'Isola dello yacht del tycoon britannico si arrestò a Cala di Volpe, dove l'imbarcazione si fermò alla fonda . Miller rimase incantato dalle acque cristalline della baia e si convinse delle potenzialità turistiche di quell'angolo di Gallura. Due testimoni di quel primo approccio, allora adolescenti, sono ancora tra noi. Si chiamano Giovan Michele Linaldeddu e Giovanni Azara e, lo stesso giorno in cui lo yacht raggiunse Cala di Volpe, facevano il bagno proprio in quelle acque. Vennero invitati a salire a bordo e a loro Miller, attraverso un interprete, chiese informazioni sui proprietari dei terreni e sulla possibilità che questi accettassero di venderli. Il racconto di questo singolare colloquio è documentato nel film "Da Lu Monti a lu Monti", che racconta nascita e sviluppo della Costa Smeralda tra la fine degli anni cinquanta e l'avvio del nuovo millennio. Fu Miller a raccontare a Karim Aga Khan IV le meraviglie di quell'angolo di Sardegna. Karim (42) era appena diventato Imam dei Musulmani ismaeliti e, come discendente di Maometto, era ed è considerato una divinità in terra da chi professa quella confessione religiosa. L'Aga Khan si lasciò coinvolgere nell'impresa e investì 25 mila dollari nel sindacato costituito tra gli imprenditori che poi fondarono il Consorzio. Ma il principe concluse di avere fatto un pessimo affare quando, nell'inverno del 1958, arrivò a Olbia a bordo di un traghetto Tirrenia e dovette viaggiare per quattro ore lungo mulattiere impraticabili per arrivare alle proprietà acquistate a scatola chiusa. Il futuro comprensorio turistico era un luogo privo di infrastrutture: mancavano strade, elettricità, reti idriche e qualunque altro servizio. (359) E poi la brutta stagione e la giornata piovosa rendevano Monti di Mola più selvaggia e inespugnabile che mai e il prevalere dei grigiori invernali toglieva fascino anche ai più suggestivi scorci di quei litorali che al principe erano stati descritti come incantevoli. Provvidenziale perchè la storia facesse il suo corso fu una improvvisata crociera, nell'estate del 1959. L'Aga Khan ed alcuni amici salirono su uno yacht e dalla Costa Azzurra, dove si trovavano in vacanza, puntarono la prua verso la Sardegna. Karim voleva mostrare ai compagni di viaggio le proprietà che troppo frettolosamente aveva liquidato come un affare malriuscito. I colori cristallini dell'acqua, il candore di spiagge immacolate e i graniti modellati dalla natura come plastiche sculture lasciarono senza parole l'Imam. Su suggerimento dell'architetto Luigi Vietti l'Aga Khan pensò che quell'angolo dell'Isola potesse chiamarsi Costa Smeralda, traendo ispirazione dalla magia cromatica di un mare trasparente profondamente insinuato in mille insenature. L'avvenire turistico di Monti di Mola venne tratteggiato in quel momento. Fino ad allora l'unico turista illustre che la zona aveva conosciuto era l'industriale Giuseppe Kerry Mentasti. Nel 1953 Mentasti acquistò per 3,5 milioni di lire i 43 ettari dell' Isola di Mortorio, ceduti al proprietario della San Pellegrino dal tabaccaio di Arzachena Luigino Demuro. Ma Mentasti considerava Mortorio solo un buen retiro estivo e non coltivava ambizioni imprenditoriali. Anche perchè, come già detto, l'area era davvero sprovvista anche delle più elementari forme di urbanizzazione e mancava di reti idriche. Proprio la mancanza d'acqua nella zona fu uno dei cavalli di battaglia di un politico di Arzachena, Giovanni Filigheddu: negli anni cinquanta, da consigliere regionale, Filigheddu profuse ogni energia e mosse tutte le conoscenze possibili per sollecitare la nascita della diga del Liscia, bacino indispensabile per abbeverare la siccitosa bassa Gallura. Un sogno che divenne realtà solo pochi anni dopo e fu determinante perchè la selvaggia Monti di Mola potesse trasformarsi in un ospitale e lussuosa destinazione turistica.
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Sardegna: tradizioni di Natale

pubblicato il 09/12/2013 18:28:53 nella sezione "Storie e leggende"
Sardegna: tradizioni di Natale
di Maria Lucia Meloni

In Sardegna le tradizioni squisitamente natalizie non sono assolutamente legate alla tradizione antica della nostra isola… ma naturalmente l’arrivo della globalizzazione anche minima che ha investito la nostra Regione, grazie agli influssi provenienti dalle altre zone della penisola ed estere ecco che il Natale è diventato festa da onorare con tutti i crismi che spettano a una ricorrenza che ha aspetti comunque arcani e antichi legati a riti nostrani; il tutto ci riporta a credenze antichissime legate ad un substrato religioso, punto di incontro armonioso tra il sacro ed il profano, di origine pre-cristiana. Iniziamo con un aspetto del tutto caratteristico relativo alla denominazione in dialetto dei mesi dell’anno: il calendario sardo tradizionalmente non cominciava con il mese di gennaio ma con quello di settembre che è detto appunto “capudanni”; poi a seguire ottobre “mesi de ladamini” (mese del letame), novembre “mesi se is mortus”, ed ecco arrivare al riferimento natalizio con dicembre che veniva chiamato “mes’e idas, nadale, paschixedda (piccola pasqua, un altro modo per intendere le festività natalizia, ritenuta di importanza inferiore alla “pasca manna”, la pasqua grande, ossia la Pasqua di Resurrezione). Poi gennaio “bennarzu”, febbraio “friaxiu”, marzo “marzu”, aprile “abrili”, maggio “maiu”, giugno “lampadas” (il 24 giugno si accendono i fuochi rituali di San Giovanni), luglio “treulas”, agosto “austu”.

Dalle storie tipiche di molti paesi del Campidano di Cagliari, si evince una credenza la quale vuole che i nati la notte di Natale avessero la particolarità di non perdere denti e capelli durante la vita e di mantenere il corpo incorrotto anche dopo la morte (“chini nascidi sa nott’è xena non purdiada asut’è terra”). Nel Logudoro invece si riteneva che coloro che nascevano in quella notte, potessero preservare dalle disgrazie sette case del vicinato. D’altra parte, le donne che praticavano la divinazione e la magia bianca, cioè coloro che la tradizione sarda a seconda delle aree di appartenenza definiva: “bruxas” o “deinas”, quando sentivano approssimarsi la loro fine, preparavano alla successione un’altra persona di fiducia per trasmetterle conoscenza e poteri e di norma questo passaggio si effettuava soltanto nel periodo che intercorre tra Natale e l’Epifania.
Durante il periodo natalizio si respirava anche anticamente la classica atmosfera natalizia, data dall’alta concentrazione di gente che assisteva alla messa (ad eccezione delle donne in lutto che la notte restavano a casa e partecipavano alla prima orazione del giorno dopo) e dalla generale animazione che coinvolgeva tutti. La notte della vigilia era ed è ancora detta “sa nott’e xena”. Spesso in alcuni piccoli centri della Sardegna si poteva assistere durante la messa della notte di Natale a scherzi goliardici e battute che potevano strappare risate e allegria. A questo si aggiungeva l’abitudine dei sardi di sparare archibugiate in segno di giubilo nei pressi dei portoni di chiesa dal principio alla fine della messa. Finita la messa, la maggior parte della gente se ne tornava a casa, mentre per strada restavano soltanto sparuti gruppi di giovani che ballavano, cantavano sino alle prime luci dell’alba.

In una tavola imbandita della Sardegna non manchi un pezzo d’agnellino arrosto o cotto il tegame nella notte della vigilia o il giorno di Natale. Infatti secondo la tradizione sarda mangiare l’agnello a Natale è un modo per ringraziarlo e onorarlo, e con lui ringraziare e onorare la terra che lo ha cresciuto. Caratteristici poi i dolci natalizi. Ecco infatti le “pabassinas a mustazzolu” che sono tra i nostri dolci più conosciuti. Si chiamano così per differenziarle dalla vere pabassine, quelle con molta uvetta, sapa, cotte in pentola e poi sagomate anche a rombi, ma con una consistenza differente. Queste sono, invece, le pabassine a biscotto. Cotte in forno, si fanno diverse a seconda della zona. C’è chi le fa con le noci e senza glassa, chi con le mandorle, con o senza anice. Ricoperte di glassa vengono arricchite da decori in carta d’oro o diavoletti colorati. Ancora dolci senza dimenticare i “gueffus” o “sospiri nuoresi”, gli amaretti e le “sebadas”.
Anche in Sardegna la tradizione del presepe è presente e radicata, basta ricordare infatti la sua preparazione che presenta talvolta aspetti artistici rilevanti sia per quanto riguarda le tecniche costruttive che per la scelta di materiali, esistono presepi in miniatura, in legno dipinto a mano, in sughero che sono del tutto caratteristici.

Foto: ceramica di Raffaello Sanfilippo
www.raffaellosanfilippo.com
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CRAS S'ISPERDET SU MUNNU (…. e i bambini si vendicano...)

pubblicato il 12/11/2013 00:53:34 nella sezione "Storie e leggende"
CRAS SISPERDET SU MUNNU    (. e i bambini si vendicano...)
di Sebastiano Mariani

Chi ha i capelli bianchi e qualche annetto sulla gobba ricorderà che ci fu un giorno in cui tutti fummo sul punto di salutare questo mondo e per sempre. Era il 31 dicembre 1959, perchè il 1 gennaio 1960 si deviat isperder su munnu. Tutti parlavano di questa tragedia e nessuno dubitava che la cosa si sarebbe avverata, anche se nessuno sapeva il perchè e il come. Era un bel po' che se ne parlava e sembra che ci fosse una profezia che aveva previsto s'isperdimentu, ma nessuno sapeva di chi fosse questa profezia, quando fosse stata fatta o cosa vi contenesse, per cui si sapeva solo la notizia e basta. Vuol dire era scritto nel libro del destino. Allora ad Orune Google non lo conoscevano. Noi bambini eravamo preoccupatissimi, soprattutto perchè non sapevamo se ci sarebbe stata una alluvione, un terremoto, delle bombe o chissà cosa. Ovviamente non ci preoccupava solo il durante ma anche il dopo, perchè da morti chi non aveva la coscienza a posto rischiava di finire dritto all'inferno e addio giochi, amici e quant'altro. Man mano che si avvicinava la data fatidica la preoccupazione aumentava e la gente ne parlava sempre di più, soprattutto i bambini, che il rischio di andare all'inferno, secondo Don Concas il parroco del paese, lo correvano almeno 5 volte più dei grandi. La cosa strana era che non tutti gli adulti si preoccupavano e alcuni sembrava che si ponessero problemi secondari, come Antoni Murreddu che diceva che avrebbe ammazzato le due capre mannalite il giorno prima per mangiarle. Mio padre non appariva per niente preoccupato, lui non guardava la televisione perchè non ce l'avevamo, non leggeva i giornali perchè erano scritti in stampatello e poi lui se ne stava in campagna dove le brutte notizie ci nascevano e non aveva bisogno di sentirne altre. Mia madre faceva finta di essere tranquilla, anche se con noi in casa tranquilla non poteva mai essere, ma sapeva fingere bene, come se s'isperdimentu fosse una semplice temporada. Gli altri adulti chi li cercava? Alla fine a farci carico di questa immensa tragedia eravamo rimasti noi bambini, che non potevamo neanche parlarne in casa, perchè quando un bambino parlava era sicuro che si prendeva una bella reprimenda. Si arriva al 31 dicembre, una giornata bruttissima, con un tempo da fine del mondo. Mio padre tornò da Lavra che era già buio, con sa lameddha de colostra come quasi tutte le sere. “Arrattza de ventu.... paret ch'est isperdenne cantu b'at... “. Un brivido mi scosse la schiena: “mi sa che ci siamo “!
Però io quella sera avevo la coscienza a posto, perchè mia madre, come per tutte le feste, mi aveva inviato a confessarmi ed io, con gli amici del vicinato, siamo andati tutti insieme, perchè quella forse era l'ultima confessione. In fila al confessionale c'era mezzo mondo, una specie di prova generale del campo di Giosafat che si sarebbe tenuto dopo qualche giorno. La confessione fu totale, ogni piccola infrazione, dal furto di zucchero alle preghiere saltate alle innumerevoli bugie vennero raccontate con un pentimento totale e incondizionato. La mia e la nostra anima era tornata candida. Tutti insieme tornammo a casa e poco prima di arrivare a Santu Bennardu la compagnia si sgranò senza saluto e senza promesse, si andava verso l'ignoto: ”cras s'isperdet su munnu” ! Con noi c'era un amico che più tardi sarebbe diventato prete.
A casa mamma appariva preoccupata perchè erano diversi giorni che parlava di una rata da pagare per l'erbaio e non sapeva come fare e gli agnelli non ce li avevano ancora pagati. Piccole insignificanti preoccupazioni dentro l'immensa tragedia. Quella sera noi bambini cenammo con la colostra, mentre i grandi mangiarono la polenta con lardo e salsicce. Se il mondo finiva lì, almeno avevamo lo stomaco pieno.
Andammo a letto ognuno con i propri pensieri, che resistettero fino a quando il sonno non ebbe la meglio,anche se il freddo pungente e il vento alle finestre non conciliarono sogni beati. Dormii come tutte le altre notti, profondamente e senza risvegli notturni, che sarebbero stati da tragedia.
Sarà strano,ma l'indomani ci svegliammo tutti come se niente fosse accaduto, come se il mondo ci fosse ancora e la cosa mi provocò una certa gioia, ma anche con una consapevolezza, che qualcuno, più di uno, avevano raccontato una bugia colossale e brutta. Pensai : “ su munnu no si b'est isperdidu!”, che strano, ma che gioia !
Mia madre mi cambiò e mi disse di sbrigarmi perchè la messa stava per iniziare, le campane avevano già avvisato da un po'. Gli amici erano in piazza Santu Bennardu tetteri dal freddo ma contenti, tutti vivi nel mondo vivo, che bello!
“Ajò a creja...” disse il futuro prete. “ajò” risposi. Ma Cioreddu, che aveva vissuto la fine del mondo con grande apprensione ad un certo punto sbottò : “ si su munnu no si b'est isperdidu jeo sa cumunione l'aco s'atera dominìca, tantu.....”.
Fu una rivelazione ! Se eravamo ancora vivi e il mondo continuava che fretta c'era ? Non era meglio giocare a balla-balla acchiapparello? Col freddo che faceva per scaldarsi non c'era di meglio.
E allora daì... “balla-balla-tottu..balla-balla-tottu..!!!” don Concas poteva attendere.
Qualcuno quella comunione ancora non l'ha fatta e non so se quella confessione non sia ormai scaduta. Il futuro prete fu uno dei pochi a ricevere il sacramento e non fu un caso.
Io però non riuscii mai a spiegarmi cosa avesse fatto fallire quel grande progetto, per il quale tutti ci eravamo preparati con grande scrupolo. Ma forse oggi l'ho capito: il mondo si è preferito distruggerlo pezzo per pezzo e quel progetto va avanti a grandi passi, senza spaventare i bambini e senza sacramenti lasciati a metà.

foto da: www.paradisola.it
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S’ogu pigau (il malocchio)

pubblicato il 11/11/2013 22:24:20 nella sezione "Storie e leggende"
S’ogu pigau (il malocchio)
Si parla di malocchio sin dalla mitologia classica; lo sguardo delle donne dell’Illiria uccideva; nella leggenda celtica il gigante Balor poteva trasformare l’unico occhio in un’arma mortale e Medusa tramutava in pietra chiunque incontrava il suo sguardo. Nella tradizione popolare sarda fa parte dei malefici per nuocere a persone o animali, influenzando spesso anche la sfera affettiva ed economica dei colpiti e affonda le radici nel nostro passato più remoto. Come suggerisce la stessa definizione, si trasmette attraverso lo sguardo; pare infatti che gli occhi abbiano la capacità di trasferire poteri nascosti nel corpo e può essere lanciato da chiunque (ghettai ogu), donna o uomo, raramente dai bambini. Anticamente si riteneva che preti, storpi, guerci, orbi da un occhio e le donne sospettate di stregoneria fossero particolarmente predisposti a trasmettere il malocchio. La causa scatenante é l’invidia, il desiderio o l’ammirazione per le cose altrui e può essere trasmesso anche inconsapevolmente, col semplice atto di guardare una persona. Fra le persone vengono colpiti prevalentemente i bambini, sopratutto nella prima infanzia. La donna è sia causa che vittima del malocchio, più esposta al rischio di contrarre il malocchio è anche colei che lo lancia più potente. I sintomi fisici sono: malessere improvviso, come uno svenimento, forte mal di testa, febbre alta, non giustificati da cause patologiche, cattivo umore, sindrome depressiva e sono spesso accompagnati da episodi negativi quali l’abbandono improvviso degli affetti, guasti ingiustificati e altri eventi gravi. Sistemi di contrasto preventivo, sono gesti ed amuleti apotropaici da contrapporre al portatore di malocchio e capaci di contrastarne l’influsso malefico. Toccare ferro, corno o secondo una vecchia usanza, poiché spesso colpiva la sfera sessuale, toccarsi i genitali, metteva al riparo dal malocchio, come bestemmiare al passaggio dello iettatore, tirar fuori velocemente la punta della lingua per tre volte, oppure fare le fiche (sas ficas – pollici delle mani tra l’indice ed il medio chiusi a pugno) di nascosto (a fura) al suo indirizzo, usanza diffusa fra gli uomini e le donne, come pure la consuetudine gestuale di sputare, documentata in Sardegna persino in un manoscritto anonimo del settecento. Oltre ai gesti si sono diffusi oggetti, che hanno acquisito valore socio-culturale e le ricerche dimostrano, che gli amuleti sardi, sono quasi tutti riconducibili al contrasto del malocchio ma la maggior parte era così povera e sciupata che nessuno ha avuto interesse a conservarli e ci sono giunti solamente attraverso il ricordo, memoria storica sempre più labile, dei vecchi, al contrario di quelli di oreficeria o costruiti con materiali ritenuti preziosi. In Sardegna l’anti-malocchio per eccellenza è la pietra nera in gavazzo o giaietto, varietà di lignite picea, onice, ossidiana; tonda, sempre incastonata in argento, perché a contatto con l’oro si credeva perdesse il suo potere. A un mollusco “s’ogu de Santa Luxia” l’occhio di Santa Lucia, si attribuiva il potere di preservare dalla iettatura e all’amuleto chiamato sabegia nel Campidano, cocco in Gallura, pinnadellu nel Logudoro e ad Orgosolo, pinnadeddu nell’oristanese a Desulo e nella Barbagia di Belvì, che simboleggia il globo oculare buono da contrapporre a quello cattivo attirandone lo sguardo, la funzione di salvare chi ne è munito, spaccandosi al posto del cuore della persona “guardata”. Di origine precristiana, inizialmente di forma tonda e prevalentemente in ossidiana, si ritrova talvolta anche rosso in corallo, specialmente in Gallura e in alcuni paesi barbaricini, dove prende il nome di “corradeddu e s’ogu leau” (corallino del malocchio) si è evoluto, conservando forma e colori, con l’utilizzo di materiali diversi come il vetro o la pasta di vetro, introdotti probabilmente per difficoltà nel reperire e lavorare il materiale originario e per una maggior ricercatezza attribuita al nuovo materiale esotico. Cambiando materiale, l’amuleto non perdeva significato simbolico né la sua funzione protettiva; l’unica condizione perché fosse efficace era credere nel suo potere. Lo si portava appeso alla spalla, ricadente sul braccio con altri amuleti di corallo incastonati in argento, mentre i bambini più grandicelli lo portavano generalmente al polso, legato con un fiocco verde, dono dalla nonna o dalla madrina di battesimo. Era anto temuto il malocchio, che veniva appeso persino nelle culle e le donne, alla nascita di un figlio, lo facevano toccare da tutti, sebbene il metodo infallibile per esorcizzare il malocchio, fosse quello antichissimo di sputargli in testa. Le donne la esibivano al collo o appeso al corsetto. In alcune zone, per essere efficace doveva essere abbrebau, cioè su di esso dovevano essere recitati is brebos le “parole, preghiere magico-religiose”. Una volta colpiti dal malocchio, la tradizione popolare ricorda che inviare, con sincera amicizia, un fiore per nove giorni consecutivi alla persona responsabile del maleficio, può annullarne gli effetti ed esistono dei riti magici per debellarlo che variano a seconda della località ma che liberano la vittima dall’influenza nefasta ripulendone l’aura e riportando il soggetto allo stato psicofisico precedente. Questi riti possono essere tramandati soltanto in linea femminile, infatti solo la donna è l’unica depositaria della formula e soltanto a lei spetta esercitare il rito.
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La notte di Ognissanti in Sardegna: creature fantastiche

pubblicato il 01/11/2013 21:29:04 nella sezione "Storie e leggende"
La notte di Ognissanti in Sardegna: creature fantastiche
Ogni anno, per la festa di Ognissanti, si animano nell'Isola antichi riti, denoninati "Su mortu mortu", "Is Animeddas", "Su Prugadoriu" o "Is Panixeddas", che prendono spunto dalle leggende relative alle anime dei morti.

Narra la leggenda che, in occasione della notte dedicata a tutti i defunti, le anime dei trapassati abbiano libera circolazione fra i vivi. Tali leggende, durante i secoli, hanno assunto la forma di misteriosi quanto simpatici riti a uso e consumo dei bambini e dei ragazzi che percorrono le stradine dei paesi della Sardegna, con i volti macchiati dal nero del carbone, reclamando dai residenti dolciumi e frutta secca al suono della litania "seus benius po is animeddas, mi das fait po praxeri is animeddas? "o "Seu su mortu mortu". Nella notte, nelle case in cui la tradizione è tenuta maggiormente in gran conto, si accendono piccole lanterne (lantias) e si lasciano le tavole apparecchiate perchè le anime possano sentirsi a casa.

Le numerose leggende trovano inoltre riscontro nelle testimonianze archeologiche, come le tombe dei giganti o le domus de Janas (case delle fate),
"Fitta e interessante appare la congerie di fiabe dedicate alle fate "Janas o Gianas" o alle streghe. Una leggenda, narrata a Gino Buttiglioni da un abitante di Pozzomaggiore, racconta come le fate, esseri luminosi dotati di ali, avessero depositato un tesoro perché gli uomini più accorti potessero attingervi ricchezze di inestimabile valore. Le Janas, la cui etimologia si avvicina molto alle entità soprannaturali preislamiche degli jānn "geni", forse collegate al verbo aramaico dal significato evocativo di “celarsi o nascondersi”, sono descritte come esseri minuti e veloci che «quando vedevano una persona che ad esse piaceva, andavano vicino al letto e la svegliavano chiamandola tre volte».
A Ghilarza una leggenda narra invece di alcune Gianas molto belle che «vestivano di rosso con un fazzoletto fiorito».
Ad Aritzo, paese della Barbagia di Belvì, le Gianas sono alte non più di venticinque centimetri e si
rifugiano nel bosco mentre a Esterzili, nella Barbagia di Seulo, abitano in grotte sontuose.
Sempre a Esterzili un’antica storia, sorta attorno al tempio megalitico rettangolare de Sa
Domu 'e Urxìa, tenta di informare grandi e piccini sull’esistenza di un tesoro, chiamato “Su Scusorxu”, nascosto in contenitori e custoditi dalla maga Urxìa.

presenti sul tutto il territorio dell'Isola, e nell'architettura medievale. Il basilisco, uno degli animali fantastici più interessanti e inquietanti del bestiario medievale, si è a lungo identificato in Sardegna con una versione nostrana chiamata iscurtone o sculzone.
"una sorta di tozza lucertola dai
poteri letali. La cronaca recente ha riportato avvistamenti veri o presunti di questo temibile
animale nelle campagne dell’Ogliastra e del Nuorese.

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Giochi e giocattoli della tradizione sarda

pubblicato il 31/10/2013 19:30:59 nella sezione "Storie e leggende"
Giochi e giocattoli della tradizione sarda
di Maria Lucia Meloni

Tanti dei nostri genitori o nonni avranno sicuramente giocato con oggetti e giocattoli tipici della nostra tradizione così come avranno preso parte a giochi, in genere di gruppo, che tuttora mantengono inalterato il proprio fascino antico. Molti giochi isolani rappresentano una variante locale di altri presenti nel nostro Paese, anche se ce ne sono alcuni prettamente sardi. Possiamo suddividere i giocattoli, come oggetti ludici, dai giochi di gruppo che venivano praticati questi sempre nei cortili delle case (“is prazzas”); altra suddivisione potrebbe essere fatta tra elementi ricreativi destinati ai maschi e alle femmine.

Iniziando questa carrellata dagli oggetti destinati al gioco ricordiamone alcuni. “Sa pipia de zappulus” è da considerarsi a tutti gli effetti l’antenata sarda della bambola moderna: era costruita con materiali molto semplici, in genere avanzi di stoffa, rafia, corda, e in forme rudimentali antropomorfe femminili. Per fare il corpo (escluse le braccia), si arrotolava uno straccio che per non srotolarsi veniva cucito. La testa era compresa nel corpo, ma veniva arrotondata e fissata con delle cuciture. Gli occhi erano ricamati con filo bianco, il naso che si trovava al centro era un puntino nero, la bocca invece era fatta con del filo rosso. Le braccia erano costituite da un unico straccio arrotolato, cucito a croce sull’altro che fungeva da corpo. Alla fantasia di ciascuna costruttrice erano lasciate le rifiniture per capelli, vestiti, grembiulini, in modo tale che si ottenessero sempre delle bambole assolutamente diverse le une dalle altre e del tutto personalizzate!

Destinato invece ai giovani maschietti era “su cuaddu de canna” (cavallo di canna), che consisteva appunto in una canna alla cui estremità si applicava la testa stilizzata di un cavallo, in genere in legno; con questo giocattolo si facevano delle gare di corsa.

Una sorta di trottola era invece “sa badrunfula”, usata anche dalle bambine; si trattava di un pezzo di legno ottenuto in genere dalla lavorazione di un ramo di ulivo, a forma conica. Nella gran parte del cono si avvolgeva uno spago in delle scanalature mentre nella punta veniva inserito un chiodo. Il gioco consisteva nel lanciare la trottola per terra trattenendo lo spago e facendo si che la badrunfula girasse su se stessa per il maggior tempo possibile.

“Su barrallicu” era un giocattolo composto da un dado in legno su cui veniva inserito un legnetto che serviva per imprimere un movimento rotatorio al cubetto. I giocatori mettevano una posta sul tavolo (in genere noci o nocciole) e a turno facevano girare il dado. Nelle facce del cubo erano incise delle lettere: T (“tottu” e quando usciva il giocatore intascava tutta la posta), N (“nudda”, nulla e corrispondeva a nessuna posta), M (“mesu”, a indicare metà della posta ) e P (“poni”, il giocatore doveva mettere sul tavolo della posta nuova). Questo gioco veniva praticato per tradizione nella notte di Natale.

Tra i giochi di gruppo accenniamo anche qui a giochi tipicamente femminili, maschili ma anche a modalità di gioco di tipo promiscuo, dove maschietti e femminucce giocavano assieme. Questi giochi possiamo dire che fossero in voga sino a circa la metà del secolo scorso.

Forse il più conosciuto e famoso è la “Lunamonta”. Era un gioco nato per maschietti anche se poi ci potevano giocare anche le bambine. Consisteva nel saltare il compagno che stava piegato a terra: se quello che saltava toccava il compagno che stava a terra, allora c'era un cambio. Quello che saltava andava sotto e quello che era sotto andava sopra e così via. Chi stava sotto aveva la facoltà di abbassarsi o sollevarsi, stando attento a fare in modo che chi saltava cadesse dalla parte opposta in determinate posizioni prestabilite (a gambe incrociate, a braccia incrociate, ecc.). Il primo saltatore contava e gli altri ripetevano la frase: “Luna monta, due monta il bue, tre la figlia del re, quattro particolare, cinque incrociatore, sei in crocetto, sette speronette, otto gigiotto, nove il bue, dieci un piatto di ceci, undici per mezz’ora, dodici tutta l’ora, tredici fazzoletto”.

Gioco femminile era “su pimpirimponi”. Le partecipanti erano in numero pari, si nominavano due capisquadra e si disponevano i due gruppi in riga, l’uno di fronte all’altro a circa 10 metri di distanza. Le partecipanti con dei salti da canguro si dirigevano verso la linea delle avversarie seguendo corsie stabilite. Quando le giocatrici si incontravano la caposquadra chiedeva: “Ita faidi gommai?” (cosa fa la comare?) e le bambine rispondevano: “su pimpirimponi”. Il gioco terminava quando rimanevano più componenti di una squadra… molte delle bambine infatti si ritiravano pian piano per la stanchezza!!

Nominiamo altri giochi da cortile e da strada come per esempio “guardia e allummiu” (guardia e fiammifero), “su xelu e s’inferru” (il cielo e l’inferno), “sa perdixedda in coa” (sassolino in grembo), “su tripidi” (che veniva giocato con sassolini e monetine). C’erano giochi poi per bambini anche più piccoli e ricordiamo “su pincareddu” (nel quale si doveva colpire un sassolino con l’uso di un solo piede, saltellando, e farlo arrivare in delle caselle disegnate per terra), l’uso del saltare a corda, piuttosto che quello delle altalene.

Un cenno a parte merita un gioco conosciuto e praticato sino a pochi decenni fa soprattutto negli ambienti paesani e durante le feste rurali sia da giovanotti che da persone più mature. Parliamo de “sa murra”. Il gioco si praticava in gruppi di 4 o 2 persone. La gara veniva disputata alternativamente da soli due giocatori per volta. I contendenti dal pugno chiuso estraevano le dita e dicevano un numero superiore al numero delle dita che ciascuno estraeva. Il numero massimo della murra era 10. Si sommavano tutte le dita e chi indovinava aveva un punto; lasciato da parte il perdente, continuava il gioco con un altro componente del gruppo. Questo gioco era proibito dalla legge, perchè certe volte non ne venivano osservate le regole soprattutto quando si giocava in campagna e in locali di ritrovo. Capitava che fosse frequente che il gioco degenerasse in una rissa tra partecipanti.


Sembra quasi impossibile che solo pochi decenni fa per giocare e trascorrere il tempo libero bambini, ragazzi e anche adulti utilizzassero metodiche ludiche così distanti da noi… forse le persone già avanti con gli anni e gli anziani ricorderanno questi giochi o ne avranno sentito parlare. Sicuramente le modifiche della nostra società hanno compreso anche cambiamenti in questo particolare aspetto della vita delle persone che spesso viene trascurato o ritenuto poco importante. Oggi tutti possediamo computer, internet, i videogiochi, consolle di vario genere, di ultima generazione, altamente tecnologici, ma una rilettura delle abitudini di un tempo non può essere che positiva anche per ricordarci un concetto molto importante: con un po’ di fantasia, ingegno, inventiva, rivalutazione di materiali di uso comune, interesse per il mondo che ci circonda e per il nostro stesso corpo, anche in assenza di ritrovati super moderni ci si può comunque divertire… sia che si tratti di adulti che di bambini!

Foto da: www.sardegnadigitallibrary.it/
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La conquista aragonese

pubblicato il 30/10/2013 23:21:37 nella sezione "Storie e leggende"
La conquista aragonese
Nel 1297 il papa Bonifacio VIII istituì ex novo il "Regnum Sardiniae et Corsicae" infeudandolo al sovrano d'Aragona Giacomo II. La conquista territoriale della Sardegna ha inizio però soltanto nel 1323 con lo sbarco dell'esercito aragonese, comandato dall'infante Alfonso, nel golfo di Palma di Sulcis. L'occupazione del territorio avviene con lentezza, ma capillarmente. Nel 1324 viene conquistata Villa di Chiesa (poi Iglesias) e nel 1326 Cagliari.

A partire da questa data e fino al 1479, anno in cui i sovrani Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia costituiscono la Corona di Spagna, l'isola viene gradualmente inserita in un'area culturale, oltre che geografica, diversa dal precedente contesto, caratterizzato dalla contrapposizione fra i giudicati autoctoni e le repubbliche marinare di Pisa e Genova.

L'assetto amministrativo del territorio, che rientrava in un più ampio disegno di ristrutturazione socio-economica, subisce radicali mutamenti, in primo luogo la ripartizione in feudi finalizzati a ricompensare i nobili catalani che avevano partecipato alla conquista. Le grandi città vengono sottoposte all'autorità regia e ricevono gli stessi privilegi di Barcellona.
Il piano è ostacolato dalla resistenza opposta dai feudatari presenti prima della conquista (i Doria e i Malaspina) e dal giudicato di Arborea, unico regno autoctono sardo sopravvissuto fino al 1410.

Si interrompe in tal modo il filo diretto che congiungeva la Sardegna alla penisola italiana e, pur non scomparendo del tutto i prodotti toscani e liguri, le correnti di traffico tra Catalogna e Sardegna determinano il configurarsi di nuovi assetti socio-culturali. Vengono accolti il lessico catalano e le espressioni artistiche, in particolare le formule gotico-catalane che si radicheranno nel gusto isolano tanto da venir riproposte fino al Seicento.
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La casa del Poeta
sardegna (medio campidiano) arbus

pubblicato il 31/07/2013 15:47:25 nella sezione "Storie e leggende"
La casa del Poeta
Ogni anno migliaia di turisti provenienti da ogni parte d’Italia invadono le spiagge della Costa Verde. Forse non tutti questi turisti conoscono un angolo magico di questa meravigliosa parte della Sardegna. Per trovarlo dobbiamo andare a Pistis, e andare a visitare la “Casa del Poeta”. Si tratta di un ginepro secolare, trasformato in una dimora da “Tziu Efisiu Sanna”, poeta di Guspini.

È difficile distinguere la casa dal resto della vegetazione circostante, dato che l’esperta mano del suo creatore ha fuso forme architettoniche (gli archi, l’ingresso, il vialetto davanti a un giardino di splendide piante grasse, cinto da paletti di legno) e natura creando un ambiente fresco e piacevole. Sostando sotto le fronde del grande ginepro, si può assaporare la brezza marina, il profumo del mare e dei fiori selvatici, ascoltare il fruscio delle foglie.

Casa del Poeta
Casa del Poeta
Si viene catapultati in un universo lontano dalla frenesia e dal caos del mondo moderno. Sono tanti i visitatori che, grazie al passaparola e ai racconti degli amici, dallo spiaggione di Pistis si addentrano nella macchia mediterranea per visitare la struttura.
La casa ha una storia da fiaba: Efisio Sanna, ex minatore di Montevecchio, e la sua compagnia di vita Orlanda, amavano la natura e la poesia. Spesso passavano ore all’ombra di un bellissimo e gigantesco ginepro vecchio secoli, al quale i nostri due protagonisti si erano affezionati molto, facendone un piccolo rifugio d’amore.
Un giorno vennero a sapere che qualcuno voleva tagliare il loro albero per farne legna da ardere, e per poteggerlo escogitarono un piano bizzarro ma efficace: decisero di adottare il ginepro trasformandolo in un’abitazione dalla quale nessuno avrebbe potuto sfrattarli. Utilizzando ciò che la natura offriva crearono un covo romantico: la chioma dell’albero intrecciata con rami di elicriso fungeva da tetto, le pietre della zona da pavimento. Diventò un luogo caldo e accogliente.
Efisio e Orlanda vi si trasferirono durante i mesi estivi. Vissero in quella “casa” facendo a meno di tante comodità, ma ricambiati dall’amore che da sempre li univa. Efisio era conosciuto per i suoi versi in rima, scriveva tante poesie e le affiggeva in ogni angolo della casa. Il ginepro divenne un punto di incontro per i tanti amici di Efisio e Orlanda, che iniziarono a lasciare le loro poesie nella cassetta delle lettere. L’età che avanzava e la scomparsa di Efisio hanno fatto sì che la casa venisse abbandonata dagli inquilini originari.
Ma, a distanza di anni, la signora Orlanda afferma che Efisio morì felice sapendo di lasciare la sua incantata dimora in eredità a visitatori, turisti e addirittura a studenti di architettura e ingegneria. Questa, in fondo, è la magia della “casa del poeta”.

Fonte: Simone Usai, Comprendo
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“Dir narrando” In ricordo di Benito Musio

pubblicato il 31/07/2013 15:15:28 nella sezione "Storie e leggende"
Dir narrando In ricordo di Benito Musio
Può ancora succedere che per rielaborare un lutto e ricordare una persona cara si senta il bisogno di “narrarne” la vita, le imprese: è anche questa una forma antichissima di difesa dal dolore e dal senso di perdita. E può succedere che quelle narrazioni suscitino, pur nella contingenza del dolore, una lieve e riparatrice allegria, nel ricordo di alcune imprese del caro defunto. Questo è quanto è successo in questi giorni che hanno visto la scomparsa di una persona speciale, Benito Musio, che con la morte (essendo stato, per un certo periodo della sua vita, falegname e anche realizzatore di bare) ha avuto a che fare da vicino. Spesso con la morte Benito ci ha giocato - fino al punto da far sembrare che la volesse irridere - ma sempre rispettandola e riuscendo a sdrammatizzarne gli effetti su chi restava.
Oggi che è lui a essere scomparso non è possibile non ricordare e non “narrare” di quando si presentò - nella casa in cui c’era il morto che attendeva di essere seppellito - con una bara assai più grande di quanto non fosse necessario (il poveretto per cui avrebbe dovuto costruire una bara era stato invece una persona minuta e bassa di statura). Si è sempre riso sul fatto che Benito, dovendo consegnare contemporaneamente, a due committenti diversi, due bare di diversa misura, le avesse scambiate, consegnando quella più lunga al morto più piccolo e viceversa. Si ricorda ancora con ilarità la battuta di complice ironia del committente della bara più corta, il quale, ridendo con Benito, si rivolse al povero padre morto dicendo: “Adesso, caro babbo, sarai contento perché se vuoi giocare al calcio, lo spazio Benito te lo ha realizzato!”
Un’altra volta, presentandosi a casa dei parenti di un morto per il quale si attendeva la bara, si dice che Benito avesse chiesto per quest’ultima una somma che ai parenti era sembrata troppo alta. Anche in quel caso Benito ebbe una soluzione: replicò che avrebbe potuto applicare direttamente sul morto, il cui corpo era ormai rigido, le maniglie per poterlo calare nella fossa.
Esiste una terra – la Sardegna- in cui la parola “Narrere” (“Dire”) ha insito in sé il valore del “dire narrando” e esiste un paese – Orune, il paese a cui Benito apparteneva – che, sia pur travagliato da problemi arcaici e da problemi più recenti, ha fatto del “Dire” attraverso la narrazione un elemento spesso coesivo e identitario per la sua comunità.
Lontano dai rumori e dalle prime distrazioni della modernità, Orune, attraverso molti dei suoi abitanti, ha fatto del “dir narrando” ragione di intrattenimento, di diletto, ma anche di formazione per le generazioni che nel tempo si sono succedute. Molti insegnamenti e molta saggezza sono passati attraverso quel “dir narrando”, quando questo ha voluto mantenere una sua ragione coesiva di condivisione di esperienze e di immaginario. Tutto un mondo e un’epoca è passata attraverso quel “narrare”; anche quando altri mezzi di comunicazione prendevano il sopravvento, quell’antica modalità resisteva a Orune e faceva concorrenza a quelle più moderne.
Il gusto dell’ironia, dell’autoironia, del giocare con le parole e con le strane coincidenze della vita ha avuto il potere spesso di compattare una comunità intorno a racconti, a “narrazioni” che “raccontavano”, appunto, quella saggezza antica, quella cultura, quella comunità.
Anche nei momenti dolorosi della morte e della separazione della comunità da un caro, la narrazione, così come “s’attitu”, è stata, ed è ancora, in molti casi, lo strumento per ricordare il morto, per ricordarne le gesta, i pensieri, i fatti dell’esistenza; tutto ciò senza disdegnare il ricorso all’ironia, alla comicità che servivano, e servono, a rielaborare il lutto e a sollevare, con la condivisione collettiva, gli animi di chi restava e di chi resta.
Oggi viviamo in una società in cui troppo spesso gli eventi hanno valore se diventano spettacolo, apparenza. Anche l’evento della “morte” suscita non poche contraddizioni nella società moderna: essa è infatti sempre più ospedalizzata, allontanata, taciuta o, al contrario, spettacolarizzata. Là dove invece persiste il codice comunicativo del “dire la morte” attraverso la narrazione, ecco che questo evento, sia pur doloroso, può tornare a essere un fatto “naturale” da vivere, rielaborare e narrare collettivamente per alleggerirne il peso. Solo così può succedere che il momento della separazione dal caro, dall’amico, dal familiare morto – sia pur nel dolore - possa anche essere accompagnato da un sorriso che non è leggerezza o indifferenza, ma è partecipazione e complicità collettiva nel richiamo alla vita e alle esperienze di chi ci ha lasciato. Questo è quanto hanno vissuto la comunità degli amici, dei parenti di una persona (che a Orune, e non solo, è stato anche un “personaggio”) come Benito Musio, il quale nella sua vita, con le sue narrazioni, la sua ironia, il suo senso dell’umorismo, anche amaro, è riuscito a rendere “leggere”, ma non insensate, la vita e perfino la morte; e questo è ciò che è accaduto anche in occasione della sua morte, avvenuta il 26 luglio 2013.
Mariangela Musio
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La Carta de Logu

pubblicato il 08/06/2013 20:30:51 nella sezione "Storie e leggende"
La Carta de Logu
La Carta de Logu promulgata da Eleonora d'Arborea alla fine del XIV secolo è un'opera di fondamentale importanza, diretta a disciplinare in modo organico, coerente e sistematico alcuni settori dell'ordinamento giuridico dello stato sardo indipendente dell'Arborea.

Consulta la Carta de Logu

La Carta comprende un codice civile e penale più un codice rurale, redatti al tempo del padre di Eleonora, il sovrano Mariano IV. La lingua è la variante arborense della lingua sarda. Con la promulgazione della Carta de Logu si intendeva anche ribadire l'autonomia del regno sardo nei confronti degli invasori aragonesi. La Carta de Logu segna una tappa storica anche livello europeo, fondamentale verso la piena attuazione di uno "stato di diritto", cioè uno stato in cui tutti sono tenuti all'osservanza e al rispetto delle norme giuridiche, grazie alla quale a tutti i cittadini veniva data la possibilità di conoscere le norme giuridiche e le relative conseguenze. La Carta de Logu sopravvisse alla fine del regno arborense e dei giudicati sardi, e rimase in vigore persino in epoca spagnola e sabauda fino all'emanazione del Codice di Carlo Felice nell'aprile 1827. Il suo valore è rimasto inalterato, anche se in parte ignorato, nel corso dei secoli. In essa l'attualità è pressante. Basti pensare alla tutela e alla posizione della donna; alla difesa del territorio e delle sue risorse; al problema dell'usura; all'esigenza di certezza nei rapporti sociali, tutti temi più volte affrontati nella Carta de Logu.
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