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S’ogu pigau (il malocchio)


pubblicato il 11/11/2013 22:24:20 nella sezione "Storie e leggende"


S’ogu pigau (il malocchio)
Si parla di malocchio sin dalla mitologia classica; lo sguardo delle donne dell’Illiria uccideva; nella leggenda celtica il gigante Balor poteva trasformare l’unico occhio in un’arma mortale e Medusa tramutava in pietra chiunque incontrava il suo sguardo. Nella tradizione popolare sarda fa parte dei malefici per nuocere a persone o animali, influenzando spesso anche la sfera affettiva ed economica dei colpiti e affonda le radici nel nostro passato più remoto. Come suggerisce la stessa definizione, si trasmette attraverso lo sguardo; pare infatti che gli occhi abbiano la capacità di trasferire poteri nascosti nel corpo e può essere lanciato da chiunque (ghettai ogu), donna o uomo, raramente dai bambini. Anticamente si riteneva che preti, storpi, guerci, orbi da un occhio e le donne sospettate di stregoneria fossero particolarmente predisposti a trasmettere il malocchio. La causa scatenante é l’invidia, il desiderio o l’ammirazione per le cose altrui e può essere trasmesso anche inconsapevolmente, col semplice atto di guardare una persona. Fra le persone vengono colpiti prevalentemente i bambini, sopratutto nella prima infanzia. La donna è sia causa che vittima del malocchio, più esposta al rischio di contrarre il malocchio è anche colei che lo lancia più potente. I sintomi fisici sono: malessere improvviso, come uno svenimento, forte mal di testa, febbre alta, non giustificati da cause patologiche, cattivo umore, sindrome depressiva e sono spesso accompagnati da episodi negativi quali l’abbandono improvviso degli affetti, guasti ingiustificati e altri eventi gravi. Sistemi di contrasto preventivo, sono gesti ed amuleti apotropaici da contrapporre al portatore di malocchio e capaci di contrastarne l’influsso malefico. Toccare ferro, corno o secondo una vecchia usanza, poiché spesso colpiva la sfera sessuale, toccarsi i genitali, metteva al riparo dal malocchio, come bestemmiare al passaggio dello iettatore, tirar fuori velocemente la punta della lingua per tre volte, oppure fare le fiche (sas ficas – pollici delle mani tra l’indice ed il medio chiusi a pugno) di nascosto (a fura) al suo indirizzo, usanza diffusa fra gli uomini e le donne, come pure la consuetudine gestuale di sputare, documentata in Sardegna persino in un manoscritto anonimo del settecento. Oltre ai gesti si sono diffusi oggetti, che hanno acquisito valore socio-culturale e le ricerche dimostrano, che gli amuleti sardi, sono quasi tutti riconducibili al contrasto del malocchio ma la maggior parte era così povera e sciupata che nessuno ha avuto interesse a conservarli e ci sono giunti solamente attraverso il ricordo, memoria storica sempre più labile, dei vecchi, al contrario di quelli di oreficeria o costruiti con materiali ritenuti preziosi. In Sardegna l’anti-malocchio per eccellenza è la pietra nera in gavazzo o giaietto, varietà di lignite picea, onice, ossidiana; tonda, sempre incastonata in argento, perché a contatto con l’oro si credeva perdesse il suo potere. A un mollusco “s’ogu de Santa Luxia” l’occhio di Santa Lucia, si attribuiva il potere di preservare dalla iettatura e all’amuleto chiamato sabegia nel Campidano, cocco in Gallura, pinnadellu nel Logudoro e ad Orgosolo, pinnadeddu nell’oristanese a Desulo e nella Barbagia di Belvì, che simboleggia il globo oculare buono da contrapporre a quello cattivo attirandone lo sguardo, la funzione di salvare chi ne è munito, spaccandosi al posto del cuore della persona “guardata”. Di origine precristiana, inizialmente di forma tonda e prevalentemente in ossidiana, si ritrova talvolta anche rosso in corallo, specialmente in Gallura e in alcuni paesi barbaricini, dove prende il nome di “corradeddu e s’ogu leau” (corallino del malocchio) si è evoluto, conservando forma e colori, con l’utilizzo di materiali diversi come il vetro o la pasta di vetro, introdotti probabilmente per difficoltà nel reperire e lavorare il materiale originario e per una maggior ricercatezza attribuita al nuovo materiale esotico. Cambiando materiale, l’amuleto non perdeva significato simbolico né la sua funzione protettiva; l’unica condizione perché fosse efficace era credere nel suo potere. Lo si portava appeso alla spalla, ricadente sul braccio con altri amuleti di corallo incastonati in argento, mentre i bambini più grandicelli lo portavano generalmente al polso, legato con un fiocco verde, dono dalla nonna o dalla madrina di battesimo. Era anto temuto il malocchio, che veniva appeso persino nelle culle e le donne, alla nascita di un figlio, lo facevano toccare da tutti, sebbene il metodo infallibile per esorcizzare il malocchio, fosse quello antichissimo di sputargli in testa. Le donne la esibivano al collo o appeso al corsetto. In alcune zone, per essere efficace doveva essere abbrebau, cioè su di esso dovevano essere recitati is brebos le “parole, preghiere magico-religiose”. Una volta colpiti dal malocchio, la tradizione popolare ricorda che inviare, con sincera amicizia, un fiore per nove giorni consecutivi alla persona responsabile del maleficio, può annullarne gli effetti ed esistono dei riti magici per debellarlo che variano a seconda della località ma che liberano la vittima dall’influenza nefasta ripulendone l’aura e riportando il soggetto allo stato psicofisico precedente. Questi riti possono essere tramandati soltanto in linea femminile, infatti solo la donna è l’unica depositaria della formula e soltanto a lei spetta esercitare il rito.
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