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La breve emigrazione della mia famiglia. Stralci di ricordi


pubblicato il 22/01/2014 19:31:50 nella sezione "Storie e leggende"


La breve emigrazione della mia famiglia. Stralci di ricordi
di Silvestra Pittalis

Orune 1970 .

Forse non lo sapete ma anch’io per un breve periodo di tempo sono stata figlia di emigrati. Era l’estate del 1970, io dovevo andare in prima media e la mia famiglia decise di emigrare in Emilia Romagna, dove tanti parenti avevano trovato fortuna. Mio cugino Prededdu Sanna faceva il camionista e lui avrebbe dovuto accompagnarli nel viaggio della speranza. Prededdu aveva una mamma malata e dovevano decidere chi di noi sorelle doveva rimanere ad Orune con nostra zia. Penso di aver pregato Dio e tutti i Santi perché quella non fossi io, visto che da quando sono nata volevo andarmene da questo paese. Non fui ascoltata né da Dio né dai Santi e tanto meno dai miei, nonostante le mie lamentele, anche perché con quella mia zia non andavo proprio d’accordo! Abituata com’era alla pazienza e all’obbedienza di mia sorella maggiore, so che non avrei retto il confronto. Ero stata la “prescelta” visto che ero anche la più grande. L’unica cosa che mi restava di positivo erano mio nonno che non volle partire e Prededdu, con i quali quale andavo molto d’accordo. Prededdu faceva di tutto per non farmi pensare alla mancanza e mi portava spesso con sé nelle varie gite, nonchè a fare viaggi col camion, quindi nella mia vita ho fatto anche la “navigatrice camionista” e ho imparato anche a guidare un camion.
Con tutte le lacrime del vicinato di Gurgu, che avrebbero irrigato un intero campo di carciofi, i miei, dopo aver caricato tutti i mobili necessari, il resto lo avrebbero comprato in loco, partirono. Ho passato un pomeriggio sotto il letto di ferro di mio nonno a riflettere sulla famiglia e decisi che quella parola era un’invenzione. Ma come si poteva “abbandonare” una bambina con una donna malata, che fra l’altro di bambini non capiva granché? Nonno cercava di consolarmi, insieme a tutti i vicini di casa ma fu impresa vana. Non mi restava che uscire dalla tana e andare a casa della mia amica Pasqualina, dove zia Jubanna Musio per rasserenarmi mi diede una bella fetta di anguria, della quale ricordo ancora il sapore dolce e zuccheroso. Mia zia mi chiamò dieci minuti dopo. Io ve l’avevo detto: era abituata a tutt’altra sorella!
Iniziò la mia avventura come figlia di emigrati.
Dovevo abitare in due case, a Gurgu che era la mia casa e in biddha a casa di Prededdu, dove zia Margherita, zia Teresina e Zio Giovanni Mundanu, provavano un affetto profondo per me e cercavano con vari espedienti di tirami su. Niente da fare! Mi sentivo una povera orfanella e in quel momento decisi che non avrei mai avuto più paura di niente e di nessuno, che avrei pensato col mio cervello e avrei potuto fare a meno di tutti.
Mia zia era una ricamatrice e nonostante gli spazi fossero davvero tanti, lei li occupò tutti. Non mi rimase che farmi la “camera” in una vecchia 600 FIAT bianca parcheggiata dentro il cortile di Gurgu. Cominciai col togliere i sedili anteriori, poi dopo averla ben lucidata e pulita, attaccai i miei calciatori preferiti: Gigi Riva al primo posto, perché dovete sapere che io ero una grande calciatrice, oltre che tifosa del Cagliari.
La mia “camera diurna” era perfetta, profumata e piena di luce. Ero troppo contenta! Potevo andare da Annarita, prendere i suoi giornalini di Topolino e leggerli in assoluta tranquillità, insieme ai vari fotoromanzi che circolavano nel vicinato. Illusa! Si, mi illusi per qualche giorno che quello spazio avrebbe riempito la mia solitudine adolescenziale.
La domenica mattina dovevo andare a messa e c’era poco da discutere, considerando che mia zia era una grande cattolica, facente parte dell'Azione Cattolica con compiti importanti. Anche qui devo dirvi, che in chiesa entrai davvero poche volte. Ero diventata abilissima ad inventare omelie, visto che mia zia al mio rientro era la prima cosa che mi chiedeva:” Sa preica oje bona iti?” e via: terzo mondo, povertà, bambini orfani, peccati, offese e chi più ne ha più ne metta!
Una mattina, mentre mi accingevo a rientrare dalla messa (si fa per dire), trovai mia zia che ricamava, ben accomodata nella mia “camera diurna”. Mai l’avessi vista! Ho chiamato Prededdu e gliene ho dette di tutti i colori. Nel mentre mio nonno diceva a sua figlia, chi no li bastabat mancu tottu su cunzadu po achere custos recamos e che sarebbe stato meglio lasciare il mio spazio libero. Lei non si è spostata di un millimetro e anche quello spazio divenne di sua proprietà. Era l’estate che andavano di moda las pelotas, quelle palline con due cordoncini che andavano su e giù. Le possedeva Pasqualina ed io ero diventata bravissima ad usarle. Le tende della camera da letto di mamma e babbo erano fornite di due palline in legno con dei cordoncini, che andavano benissimo per creare las pelotas con le mie mani. Tagliai come si deve l’occorrente e anch’io, dopo un po’ di lavoro, avevo il mio passatempo preferito, dopo il pallone. Ma ahimè, mia zia lo scoprì una mattina che decise di chiudere le tende e io per difendermi urlavo che le tende erano di mia mamma e quindi ne avrei fatto quello che volevo.
Mi minacciava l’inferno eterno un giorno si e l’altro pure, ma ormai non mi spaventava per niente: ecco un esempio di come si può diventare miscredenti!!
Mio nonno aveva sempre il suo berretto abbassato, non digeriva la mancanza del figlio e di tutta quella che era la sua famiglia. Con la figlia non era abituato a stare e quindi erano lunghi silenzi i suoi, a parte qualche contascia per me e qualche poesia sarda. Prededdu ormai faceva da cuscinetto fra me e sua madre, inutile dire che mia zia non ascoltava neanche il suo Padre Eterno, quindi Prededdu, spesso mi portava nei suoi viaggi di lavoro col camion: Bonorva, Sassari, Oristano, Cagliari ecc. ecc. (almeno ho girato la Sardegna a 10 anni).
Un bel giorno arriva un pacco con degli amici che erano stati dai miei in Emilia: un pallone Mexico 70 in cuoio, un paio di scarpe da tennis e tante cosine da mangiare, ma quelle le vidi un minuto e poi non le vidi più, ma non m’importava, mi bastava il mio bel pallone. Pasqualina che era la mia amica preferita, perché “incosciente”, simpatica e divertente, insieme a Maria Luisa e Caterina si giocava a pallone contro i maschi (allora Stellina di Mastru Manca) senza sosta. Bene! Anche quel pallone, dopo qualche settimana, sparì. Lo ritrovai secoli dopo dentro un forno per il pane, nascosto in un angolo dalla mia cara zietta.
Intanto iniziò l’anno scolastico alle medie, classe solo femminile. Eravamo abituate alla nostra unica classe mista che era una pacchia, neanche quella! Anno di cambiamenti in tutte le cose.
A me piaceva andare a scuola, ma quell’anno ero un po’ in balia delle onde, vuoi per il cambio di scuola o per le varie vicissitudini, che leggevo solo libri lasciati da babbo a casa e lo studio lo tralasciavo un po’. Ero brava a fare i compiti d’italiano, ma di qualsiasi cosa trattassero io ci infilavo il dramma dell’emigrazione, non fosse altro per il fatto che io non avevo avuto quella fortuna. Al mio professore dì italiano, storia e geografia, Daniele Morante, nipote della famosa Elsa, giovane, bello ed in gamba, non gli sfuggì il mio problema e cercava di farmi sorridere, visto che ormai fra adolescenza e malesseri vari non sorridevo più. Ero spesso e volentieri da Pasqualina, la mamma mi faceva mangiare per forza, era iniziato per me un cammino di quasi anoressia, non avevo più né fame né sonno. Il tempo di entrare dalla mia amica, che mia zia mi faceva rientrare a casa. In più non voleva neanche che le mie amiche venissero a trovarmi. Zia Jubanna Musio preoccupatissima chiamò mia zia, penso che gliene disse di tutti i colori. Ma lei era troppo impegnata nelle sacrestie e nell’Azione Cattolica che forse non l’ha neanche ascoltata. Cosa le importava se una nipote che le avevano affidato, solo per il fatto che lei fosse malata, stesse male e non mangiasse?
Un pomeriggio mi dondolavo nella mia altalena sotto gli alberi di olmo, con il sedile in castagno fatto da mio padre, con un libro in mano e la testa fra le nuvole. Mi girai per caso verso il cortile vicino la cucina e vidi mia zia stesa a terra, non sapevo che malattia avesse e non l’avevo mai vista svenuta (dopo seppi si trattava di epilessia). Fra me e me ho pensato fosse morta o forse l’ho solo sperato. Mio nonno era in campagna e Prededdu da Gigante a brindare il dopo lavoro. Lo chiamai con tutta la voce che avevo e lui, non solo mi ha sgridato, ma mi disse di non chiamarlo mai più se fosse successo un’altra volta. “Bene, se muore rimarrai anche senza mamma” dissi con rabbia. Lui se la rise di gusto. Intanto avevo allarmato tutto il vicinato e zia Jubanna Musio, che ormai mi controllava a vista dal poggiolo, scese e mi portò a casa sua. Zia Maria Zidda sgridò Prededdu e insomma, alla fine mia zia si alzò più arzilla che mai, come se niente fosse accaduto. Per mia fortuna non ebbe più svenimenti.
Arrivò novembre, mio nonno faceva dei grandi fuochi e mi faceva le patate mischiate con la cenere, però erano buone. Le mie sorelle, là in Emilia, erano diventate pallide e smunte e le riportò Prededdu qualche mese prima, mio padre moriva di nostalgia, quindi decisero dopo soli tre mesi di rientrare in Patria. La prima tappa che fece mio padre con la sua lambretta, al suo rientro, fu Unèrtore.
Mio nonno riprese a vivere, si sollevò di nuovo il berretto e campò 97 anni. Io ormai ero per conto mio, nel senso che avevo imparato a vivere quasi da sola e mia zia (finalmente) tornò a casa sua e io mi ripresi la mia 600 bianca, anche se mamma, dopo qualche mese la fece buttare. Credo che a mio padre e mia madre sia rimasto il rimorso a vita, ogni volta che osavano sgridarmi, era un mio continuo ricordare loro, che avevano abbandonato una figlia, lasciandola in mano ad una donna che di adolescenti non capiva un accidenti. Adesso la vedrei in un altro modo, ma da adolescenti i problemi e anche i non problemi vengono amplificati.

PS: Non si offendano parenti e persone nominate in questo racconto perché il tempo ci fa vedere le cose in modo diverso, anche se certi periodi, vissuti come drammi, non si scordano mai. Io fra l’altro ho voluto bene a mia zia e anche lei me ne ha voluto tanto: ero il suo vanto per la mia intelligenza, ma povera lei non poteva fare l’educatrice perché l’avrebbero arrestata e condannata all’ergastolo . Era in fondo una buona donna, ricamatrice raffinata, colta e buona cristiana. Da adolescenti le persone ci sembrano diverse.
Arrivederci alla prossima puntata!
Website:www.silvestrapittalis.it/
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