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Nuorese di nascita, vive a Milano per occuparsi di comunicazione pubblicitaria e strategie d'immagine: Massimo Demelas, professione fotografo


pubblicato il 03/02/2014 18:11:54 nella sezione "Arte e artigianato"


Nuorese di nascita vive a Milano per occuparsi di comunicazione pubblicitaria e strategie dimmagine: Massimo Demelas professione fotografo
di Sergio Portas

Massimo Demelas se ne va in giro con una Cannon Eso 450 a caccia di sensazioni. Una 50 millimetri a ottica fissa che ti costringe, dice lui, a una messa a fuoco sul particolare che ti spiazza e che in modo prepotente emerge prima nel pensiero e lascia il resto delle cose in una indeterminazione gelatinosa che molto sa di magico, di fumo da lampada d’Aladino, che intanto ti materializza il pazzo desiderio di fermare in uno scatto la realtà che sovrasta. Avere 26 anni conta parecchio nella determinatezza di usare la macchina fotografica come arma incruenta in una savana di meraviglie come sa essere la vita vissuta. Che come già i filosofi presocratici avevano intuito cercando l’archè, il principio delle cose, dapprima occorre stupirsi, meravigliarsi che le cose stesse siano, esistano. Liceo a Nuoro e poi ad Urbino a studiare comunicazione pubblica, facoltà di sociologia, e’ a Milano dal 2009 dopo un paio d’anni passati a Pavia, nel capoluogo meneghino ha frequentato una scuola di fotografia (Arte e messaggio) e da allora nel suo biglietto da visita scrive che si occupa di comunicazione pubblicitaria e strategie d’immagine. Lo incrocio in questo periodo di grandi tormenti per l’isola che ci ha dato i natali, l’esondazione che ha colpito vaste zone della Sardegna ha suscitato una vasta eco di solidarietà nei sardi che vivono in continente e non solo. E pure in tanti italiani che non si capacitano di vedere emergere dai titoli dei giornali una terra cosi’ poco curata da chi la abita anche in mesi non vacanzieri, lasciata alla merce’ dei capricci naturali che ti buttano giù in un pomeriggio tutta l’acqua che non avevi visto nei sei mesi passati. Mutando cosi’ quelli che erano sempre stati innocui ruscelli in fiumi di fango che si sono ripresi il loro corso, infischiandosi di manufatti emersi grazie a condoni della politica che tutto rende edificabile già che, a memoria d’uomo, mai erano stati sfiorati da eventi capitali di questo tipo. Troppo grande la tragedia per non colpire tutti sardi che vivono fuori dell’ isola e ognuno secondo la sua arte cerca di condividerla, cerca un modo per dare una mano, per motivare coscienze a trovare risorse, soldi da destinare a chi ha tutto perso. Massimo era a Vimodrone con le sue foto, la domenica in cui anche era Omar Onnis e il suo libro e “Sa oghe de su coro” e i “Lacanas”, le stesse che erano in mostra al cinema Anteo, titolo: “Strong. La forza delle maschere sarde”. Leggo nel suo blog: mudublog.wordpress.com: “Abbiamo spaccato. Non c’è altro da aggiungere. Abbiamo dimostrato che è possibile discutere, creare unione. Grazie alla cultura, alla creatività, alle idee. I sardi, quando vogliono, riescono a collaborare”. Le foto all’Anteo sono dodici, come i mesi dell’anno, in formato grande e in bianco e nero: maschere del carnevale barbaricino, boes e merdules, mammuthones dai visi tristi pietrificati in legno di pero tinto di pece, bundu di Orani che bandiscono forconi che avranno una inaspettata fortuna nelle proteste di gente esasperata dalla perdita di lavoro e dal peso non più tollerabile del fisco. Massimo mi dice che predilige per i suoi scatti quei momenti di umanità che riesce a rubare alle maschere nei momenti in cui l’uomo o il ragazzo che è dentro di loro si ferma a riposare. Da qui quei visi neri di fuliggine da cui emergono occhi di un candore perlaceo che paiono scrutarti fin dentro all’anima. Il bimbo di Austis che pare librarsi per aria in grazia del suo magico bastone ha una grazia da fauno dei boschi di castagni, che ti riporta ai tempi in cui Peter Pan era persona che poteva entrare dalla tua finestra ogni notte d’estate. E che dire dei due che, anche loro a viso affumicato a fare più risplendere la chiostra dei denti, barritta in testa, sorreggono una portantina su cui un manichino finge d’essere un morto vero. La manderà a una mostra collettiva che si terrà al centro Tian Qui, roba di arti marziali, titolandola: “la parola non detta”. Scrive Massimo nel suo blog: “Bruciamo migliaia di parole ogni giorno, sui social network. Tantissime, alcune volte futili. E dimentichiamo che la parola più bella è quella non detta. Abbozzata da uno sguardo, da chi fatica ogni giorno ma trova un ristoro in una sfilata di maschere del carnevale sardo”. E’ bravo a scrivere ‘sto ragazzo nuorese, stile telegrafico verrebbe da dire a leggere certe sue raccomandazioni a coloro che andranno a vedere la mostra e vorranno con lui condividerne le sensazioni: “raccontate su facebook, twitter. Taggatemi in modo che possa leggerle. Oppure scrivetemi una mail a massimo-demelas@libero.it per eventuali domande, dubbi, curiosità. Forse sarò in grado di rispondervi. Di sicuro imparerò tanto dai vostri pensieri”. A Cesano Boscone, al circolo Domo nostra, sempre per beneficenza pro Sardigna , sempre presente il coro dove canto col maestro Pino Martini Obinu, il gruppo di ballo Narami, fotografi sardi e non che mettevano all’asta le loro immagini ingrandite a quadro, Simone Zamboni e il logo dei quattro mori che stanno annegando abbracciati alla croce rossa di San Giorgio, l’asta partiva da mille euro e l’opera originale se la era aggiudicata una signora di Siena, sarda, Massimo firmava e vendeva le sue foto.

Pochi giorni dopo era fotografo ufficiale della serata dell’evento “Nati Sardi”, il gala’ che Cristian Cocco e Giorgia Palmas hanno presentato al Dal Verme di Milano, presenti una pletora di artisti da Finardi a Valerio Scanu, da Bianca Atzei a Alessandra Balletto. Scrive Massimo a questo proposito:

“Sarò il fotografo della serata. Sarà il mio modo per stare vicino alla Sardegna, raccontando per immagini quello che sono, quello che vivo, ciò che di bello ed importante riusciamo a fare qui, a Milano, lontani centinaia di kilometri (sic) dalla nostra isola. Perché non si spenga il dibattito, perché i sardi possano continuare ad essere sardi, ritrovando la forza per andare avanti. Perché questo filo della solidarietà possa intrecciarsi e avvolgere il calore degli italiani, di noi tutti”. Il babbo di Massimo, che incontro a Vimodrone, era a Milano in anni meno calamitosi di quelli che stiamo vivendo, in cui era facile trovare e cambiare lavoro, e con cento lire alla mensa universitaria ti davano primo secondo e minerale. Se ne è tornato a Nuoro e ha messo su famiglia ma i suoi figlioli ha voluto che studiassero e provassero l’ebbrezza della grande città. Anche Maria Paola, la sorella di Massimo è laureata ed qui che lavora in una società di comunicazione che ha a che fare con Google, il mitico motore di ricerca che tutto ti sa dire dello scibile umano che naviga nella rete di internet. E’ giustamente fiero dei suoi ragazzi, fanno parte della schiera dei nuovi sardi capaci di rimanere abbarbicati alla tradizione che gli ha costituiti ma che maneggiano i nuovi meccanismi della comunicazione mondiale in modo così naturale che non finirò mai di stupirne. Massimo dice di sé che, come le formiche, a piccoli passi, cerca di percorrere la sensuale strada dell’arte: “Amo scrivere, amo fotografare, amo leggere. Cerco di capire dove vivo e soprattutto come vivere lo spazio che mi circonda. In questo momento penso che la fotografia, quella più umana, sensibile, antropologica riesca in qualche modo a farmi esistere”. Chi avesse un computer a portata di mano e buttasse il nome di Massimo Demelas sul Google che vi dicevo prima verrà sommerso dalle immagini della sua Cannon, fantastiche di colori e di curiosità, la Sardegna a sfondo del suo esistere.
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