Sardinia In, periodico di cultura, informazione e turismo sulla Sardegna. Testata giornalistica in corso di registrazione. Direttore Responsabile Alessandra Conforti.
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ETIMOLOGIA DEL NOME DELL'ASINARA
sardegna (sassari)

pubblicato il 30/09/2017 10:12:20 nella sezione "News e curiosità"
ETIMOLOGIA DEL NOME DELLASINARA
di Attilio Leone

L'isola dell'Asinara è, per estensione, la seconda tra le isole minori che circondano la Sardegna, dopo Sant'Antioco (quest'ultima però è collegata stabilmente alla terraferma da un artificiale stretto lembo di terra e da un ponte).
Sul significato del nome Asinara vi è una teoria, forse recente, che, anche sulla base di una delle tante varianti antiche della denominazione dell'isola, vorrebbe intendere "Asinara" come corruzione dell'aggettivo "Sinuaria", cioè "ricca di insenature" ovvero "dalle molte insenature".
In realtà la stabilizzazione del nome è un fatto recente, giacché nei secoli le varianti di questa denominazione sono state molte: Asenara, Axinara, Sinarea, Zanara e via dicendo.
A nostro avviso, appare evidente come il termine geografico "Asinara", con le sue varianti, faccia parte di una serie di nomi geografici (di isole e no) terminanti in -ara o in -era, come Tavolara, Molara, Caprera, Gallinara, Falconara. Gli ultimi tre nomi di questa serie fanno esplicito riferimento a specie animali presumibilmente abbondanti in quelle località. Perché "Asinara" dovrebbe fare eccezione? Si noti, poi, che sull'Asinara vivono i tipici asinelli bianchi (anche se solitamente si ritiene che vi siano arrivati nel XVIII secolo) e altri asini della razza sarda; inoltre si consideri che, in un testo del XII secolo, si afferma che dagli Arabi questa terra veniva definita con un termine che letteralmente significa "isola madre degli asini". E' vero che nella parlata sassarese l'asino è detto "àinu" (senza la "s"), ma forse la denominazione "Asinara" è di derivazione toscana.
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SARDEGNA E TIRRENIA
La suggestione storico-linguistica all'interno della questione etrusca.

pubblicato il 09/09/2017 14:39:14 nella sezione "News e curiosità"
SARDEGNA E TIRRENIA La suggestione storico-linguistica allinterno della questione etrusca.
di Attilio Leone

Le antiche genti che conosciamo come Etruschi venivano definite ETRUSCI o TUSCI in Latino, TYRRENOI o TYRSENOI (con l'accento sulla O) in Greco.
Dalla seconda denominazione latina (TUSCI) derivano l'arcaico aggettivo italiano "tosco", l'attuale aggettivo "toscano", il nome della regione Toscana e il nome "Tuscia" che indica sostanzialmente il territorio della Provincia di Viterbo ("Università della Tuscia" si chiama, non a caso, l'ateneo viterbese). E' probabile che, inizialmente, i Romani chiamassero ETRURIA (da cui ETRUSCI) o TUSCIA il territorio immediatamente a nord del corso finale del Tevere, territorio confinante con quello di Roma. Ma, allorché crebbe la conoscenza dei Latini intorno ai parlanti la lingua etrusca (che erano diffusi in un'ampia parte dell'attuale Italia), per forza di cose tutti quelli che parlavano quell'idioma vennero definiti Etruschi, anche se stanziati fuori dall'attuale Lazio Settentrionale. D'altra parte potremmo chiederci se gli storici greci, quando trattavano dei TYRRENOI (tradotto in Italiano con "Tirreni"), indicassero esattamente l'identico ambito territoriale ed etnico a cui si riferivano gli storici romani. Comunque sia, il nome greco si è conservato nella denominazione del Mar Tirreno. E'curioso come i Latini persistessero tenacemente nei nomi da essi impiegati, tanto quanto gli ellenici perduravano nell'utilizzare la forma TYRRENOI. Del resto i Greci hanno sempre chiamato ELLAS la loro terra, mentre i Romani l'hanno costantemente definita GRAECIA.

Sull'origine degli Etruschi molto scrissero e discussero gli storici greci (non così quelli latini, che si appiattirono sostanzialmente sulla più illustre delle ipotesi elaborate dai Greci): questo dibattito venne definito "questione etrusca" ed è stato ripreso in età moderna, anche se su basi parzialmente diverse, più ampie e più evolute. Tuttora si discute su come ebbe origine il popolo etrusco e sulle caratteristiche della sua lingua. C'è da aggiungere che, a nostro avviso, se ci si addentra nella questione etrusca, c'è la possibilità di aprire ulteriori problematiche storiche riferite anche ad altre popolazioni.

Orbene, fra i moderni c'è stato chi ha messo in relazione gli Etruschi con gli antichi Sardi. Del resto, se ci riferiamo ai millenni successivi, i rapporti tra Sardegna e Toscana sono stati frequenti. Qui non vogliamo affrontare in profondità la possibile affinità fra Sardi e Tirreni. Vogliamo invece esporre dei pensieri sull'origine del nome greco TYRRENOI in quanto riferito ai TUSCI.
I Greci definivano Tirreni sia gli Etruschi sia gli antichi abitanti delle isole di Lemno e Imbro, nel Nord del Mar Egeo (da tutt'altra parte dunque). A questa identità di nome fecero riferimento molti storici antichi nel riferire le proprie idee riguardo all'origine del popolo etrusco. E a questa identità fanno riferimento pure molti storici moderni, provando a collegarla con la più accreditata tesi antica, quella dello storico greco Erotodo, per il quale i Tirreni-Etruschi (Erodoto forse non parla mai dei Tirreni del Mar Egeo) erano originari della Lidia, che è vicina a Lemno e Imbro.

In realtà, anche oggi, si hanno, nelle diverse lingue, nomi identici per regioni o popolazioni del tutto differenti. Basti pensare agli Indiani dell'Asia e agli Indiani d'America, identità di denominazione che fa riferimento alle vicende della scoperta del Nuovo Mondo, ma che si riferisce a genti molto diverse fra loro. Oppure si pensi all'antico nome della cittadina di Piana degli Albanesi in Sicilia, denominata sino a non molto tempo fa Piana dei Greci, perché in passato gli Albanesi venivano confusi con i Greci. Nulla di strano, perciò, che il nome dei Tirreni dell'Egeo e quello dei Tirreni dell'Italia potessero, per ipotesi, avere origini differenti.

Qual è dunque questa suggestione che riguarda la Sardegna? Eccola: nell'isola dei Sardi esistono tre elementi il cui nome potrebbe avere un'affinità con quello dei TYRRENOI. Partiamo dall'etimologia che il notissimo vocabolario del Greco antico di Lorenzo Rocci attribuisce al termine TYRRENOI o TYRSENOI . Il Rocci interpreta questo termine come "costruttori delle torri": infatti, nel Greco classico, "torre" si dice TYRSIS (equivalente a TYRRIS), corrispondente alla sorella forma latina TURRIS. E qual è stato, nell'area mediterranea, il popolo che, nell'antichità ha costruito le torri più numerose e imponenti, se non quello sardo con i suoi nuraghi?

Il secondo elemento è il nome del fiume Tirso, il corso d'acqua più lungo dell'isola. In Greco era detto THYRSOS o TYRSOS e parimenti in Latino THYRSUS o TYRSUS. Addirittura, l'illustre professor Massimo Pittau, che questi collegamenti onomastici li ha evidenziati già da molto tempo, ha affermato che il Tirso potrebbe derivare il suo nome proprio da una torre nuragica del Sinis.

Infine, il terzo, più ipotetico, aggancio lo troviamo con il nome della città di Porto Torres, la latina TURRIS LIBISONIS, chiamata Torres nel Medioevo e oggi, appunto, Porto Torres.

Quale conclusione traiamo da queste affinità linguistiche fra il nome greco degli Etruschi e queste denominazioni sarde o riferibili ai nuraghi?

Può esserci una reale affinità fra gli antichi Sardi e gli Etruschi. Oppure, la definizione ellenica di TYRRENOI riferita ai TUSCI potrebbe essere frutto di un errore geografico, cioè di una confusione fra popolazioni vicine, operata dai Greci in un'epoca in cui non conoscevano bene il Mediterraneo Occidentale (sul tipo della sopra menzionata confusione fatta in Italia fra Albanesi e Greci): in tal caso il nome TYRRENOI, da attribuire ai Sardi, sarebbe finito erroneamente agli Etruschi. Ma, ripetiamo, la nostra è solo una suggestione.

Riguardo poi ai Tirreni orientali del Mar Egeo, il loro nome deriverebbe, come da altri evidenziato, dalla città lidia di TYRRA o TIRA.
Quante cose possono venire fuori dalla questione etrusca...!
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LA VICENDA DELLE CARTE DI ARBOREA
Un'appassionante caso dell'ottocento sardo.

pubblicato il 01/09/2017 14:50:51 nella sezione "News e curiosità"
LA VICENDA DELLE CARTE DI ARBOREAUnappassionante caso dellottocento sardo.
di Attilio Leone

Il XIX secolo, cioè il cosiddetto Ottocento, fu attraversato, in terra sarda (e non solo) da una appassionante vicenda che coinvolse emotivamente e razionalmente molte persone di cultura.
Ci riferiamo a quelle che vengono definite le "Carte di Arborea", un insieme di manoscritti dalla grafia molto particolare che iniziarono a venir fuori nell'anno 1845 e il cui numero si accrebbe negli anni successivi. Si disse che provenissero da un convento cagliaritano, ma che in origine fossero stati conservati nell'archivio del Giudicato di Arborea, quindi a Oristano (Aristanis in lingua sarda): da qui la denominazione di "Carte di Arborea". Questi documenti fornivano informazioni sulla storia sarda, ma anche sulla letteratura in lingua italiana e sulla casa nobiliare dei Savoia, relativamente a un periodo che abbraccia pressoché l'intera durata del Medioevo. Si tratta di una lunga serie di secoli riguardo ai quali le fonti storiche relative alla Sardegna sono scarse e la ricostruzione delle vicende procede a volte per via di ipotesi.
Si capisce quindi come le Carte, in qualche modo, colmassero delle lacune storiche. Questi manoscritti, fra l'altro, citavano nomi di personaggi fino ad allora ignoti, come Gialeto e Torbeno Falliti. Nell'ambiente culturale della Sardegna molti accolsero con favore questi documenti, che arricchivano di notizie il Medioevo sardo, oltre a retrodatare la nascita della letteratura in lingua italiana (si è pensato anche che alcune delle Carte siano giunte nell'isola dalla Toscana). Pare comunque che l'entusiasmo verso le Carte arborensi fosse più dell'ambito culturale cagliaritano che non di quello sassarese.
I problemi iniziarono pian piano, allorché varie voci autorevoli cominciarono a dubitare dell'autenticità delle Carte: fra i sostenitori della falsità di quei testi vi fu lo storico Michele Amari (grande studioso della dominazione araba in Sicilia), che, dopo l'avvenuta trasformazione del Regno di Sardegna in Regno d'Italia nel 1861, ricopriva nel nuovo Stato un'alta carica pubblica. Si giunse quindi a chiedere l'intervento di una commissione internazionale di studiosi di alto livello, i quali, dopo avere studiato i manoscritti sotto diversi punti di vista, affermarono che le Carte di Arborea non erano documenti autentici. Si trattava quindi, presumibilmente, di scritti prodotti in epoca recente. La commissione che diede il responso negativo era presieduta, nientemeno, che dal grande storico tedesco ottocentesco Theodor Mommsen.
A poco a poco, il dibattito sulle Carte di Arborea si esaurì, pur continuando alcuni a sostenerne l'autenticità. Oggi questi testi sono, quasi tutti, conservati a Cagliari. La comunità degli storici pensa, attualmente, che all'interno dei manoscritti vi sia qualche raro foglio contenente una parte di testo originale e quindi autentica, alla quale, nell'Ottocento, siano state aggiunte parti di testo non originali; il resto dei documenti, cioè quasi tutti, sono ritenuti, pressoché generalmente, dei falsi. Il contenuto di questi manoscritti, però, influenzò la vita culturale sarda, lasciando le sue tracce fino ad oggi, come testimoniano i nomi di vie sarde intitolate a personaggi citati unicamente nelle carte arborensi.
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SARDI E SICILIANI A CONFRONTO.
Comportamenti socio-linguistici nelle due maggiori isole mediterranee.

pubblicato il 30/08/2017 21:38:12 nella sezione "News e curiosità"
SARDI E SICILIANI A CONFRONTO.Comportamenti socio-linguistici nelle due maggiori isole mediterranee.
di Attilio Leone

Le popolazioni di Sardegna e Sicilia, relativamente al loro rapporto con la lingua ufficiale e con i loro rispettivi dialetti, hanno un atteggiamento che, per un certo aspetto, può definirsi diametralmente opposto. E questa caratteristica, crediamo, non è solo di oggi, ma attraversa i secoli.

I sardi tendono ad esprimersi nella lingua nazionale e a farlo in maniera quanto più corretta; viceversa la lingua isolana, cioè il Sardo nelle sue varietà locali, viene utilizzata relativamente poco, e ciò lo notiamo soprattutto nelle città. Riteniamo che lo stesso avvenisse durante l'appartenenza del regno sardo alla corona di Spagna, allorché lo spagnolo dovette essere lingua ufficiale nell'isola. La suddivisione del Sardo in diversi gruppi non spiega questo fenomeno, dal momento che l'uso dell'Italiano avviene anche tra abitanti del medesimo luogo e dello stesso nucleo familiare. Ovviamente queste affermazioni non hanno un valore assoluto, perché sappiamo bene quanti sono anche i parlanti in vernacolo, ma in confronto alla Sicilia il paragone non regge.

In questa sua caratteristica di grande e corretta apertura alla lingua ufficiale i sardi sono in buona compagnia dei còrsi (o corsicani come di preferenza si dice in Sardegna). Anche la Corsica presenta ormai un utilizzo generalizzato della sua lingua ufficiale, il francese, mentre il linguaggio còrso rimane marginale.

Tutto al contrario in Sicilia: i siciliani, in media, si esprimono relativamente poco in Italiano e non badano eccessivamente alla qualità dello stesso quando se ne servono. E in un dialogo avviato in Italiano, appena possono scivolano verso il dialetto. Naturalmente in ciò sono anche avvantaggiati dalle non eccessive differenze fra le molteplici varietà linguistiche locali, cosa che rende facile comprendersi in vernacolo fra tutti i siciliani indistintamente (e pure fra siciliani e abitanti di buona parte della Calabria). Non c'è in Sicilia la medesima predisposizione dei sardi verso l'acquisizione piena della lingua ufficiale, di conseguenza abitualmente la gente siciliana esprime in maniera più piena e più profonda i propri concetti quando parla in Siciliano. Del resto è vero che ogni parlata popolare ha delle proprie espressioni pregne di significato, che non è facile rendere in maniera esaustiva in una lingua nazionale soggetta a regole di uniformità.

Anche per queste considerazioni ci viene difficile pensare che, come sostengono alcuni glottologi, la lingua neolatina sia stata reintrodotta in Sicilia dopo l'arrivo dei Normanni, cioè dopo i due secoli di dominazione araba, che si verificò all'incirca dalla metà del IX alla metà dell'XI secolo. Non crediamo ci sia stato bisogno di una Neoromanizzazione o Neolatinizzazione della Sicilia: se i siciliani non amano esprimersi in Italiano (lingua sorella del Siciliano), come avrebbero potuto abbandonare il loro parlare tradizionale per l'Arabo, lingua del tutto diversa e per di più difficilissima da comprendere per loro?

Le cose, invece, vanno in maniera differente per quanto riguarda la difesa della propria identità culturale a livello normativo. I sardi si battono maggiormente per la tutela della loro identità a livello di riconoscimento ufficiale e per la conservazione di determinate tradizioni, mentre questo aspetto è poco presente nelle menti dei siciliani, i quali pure amano profondamente la loro terra tanto quanto i sardi amano la propria.
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ALLA RICERCA DEI SECOLI PIU' FULGIDI DELLA STORIA SARDA
Dalla preistoria neolitica ai Giudicati.

pubblicato il 01/08/2017 16:40:57 nella sezione "News e curiosità"
ALLA RICERCA DEI SECOLI PIU FULGIDI DELLA STORIA SARDADalla preistoria neolitica ai Giudicati.
di Attilio Leone

Dai dati storici e archeologici in nostro possesso sembra di poter ricavare che, nel corso dei millenni, la Sardegna abbia conosciuto due periodi di splendore.
Il più recente è quello dei Giudicati, che inizia nei secoli che precedono l'anno Mille e termina nel XV secolo. Non tutto, in questa età, è positivo, ma certamente per un lungo periodo l'isola godette di un notevole grado di autonomia, che via via venne ad essere sempre più erosa da forti interessi esterni alla Sardegna. L'origine dei giudicati, presumibilmente, è da ricercare nel progressivo indebolimento dell'Impero Romano d'Oriente, altrimenti detto Impero Bizantino, di cui la Sardegna faceva parte dopo la riconquista operata nel VI secolo dal grande imperatore Giustiniano. E' possibile che i Giudici fossero in origine delle alte cariche che amministravano l'isola per conto dell'imperatore di Bisanzio; poi, indebolitosi o venuto meno il contatto diretto con la capitale imperiale, i Giudici potrebbero essere rimasti di fatto i veri governanti della Sardegna e il titolo giudicale sarebbe stato trasmesso per via ereditaria. Le fonti ci fanno pure pensare che i Papi, in età medievale, comunque esercitavano sull'isola un certo controllo, quanto meno morale, e si curavano di mettere ordine nella vita dei sardi.

L'altro periodo di probabile splendore è molto più antico e coincide con la preistoria neolitica e con la successiva età dei metalli: quest'epoca dei metalli, come affermano gli studiosi, coincide in terra sarda con la cosiddetta Età Nuragica, vale a dire l'epoca in cui fiorì la costruzione dei nuraghi. Individuare delle ere, e definirne le date di inizio, di fine e di suddivisione interna in periodi più brevi, è un esercizio ingrato e a volte effimero, perché si tratta di concetti poco solidi e facilmente modificabili (specialmente se non collegati a dati storici certi ma solo a oggetti e ad altri manufatti). Anche il concetto di "Età Nuragica" e la sua suddivisione interna non possono sfuggire a questa realtà: ma, nell'insieme, oggi come oggi, nel 2017, si è sostanzialmente concordi nel collocare l'epoca dei nuraghi all'incirca tra il 1800 a. C. e il 200 a. C. Questo però, a nostro avviso, non può fare escludere che, anche in secoli successivi all'anno 200 si sia potuto continuare a costruire dei nuraghi.

Che la preistoria neolitica e prenuragica (quindi anteriore al 1800 a. C. circa) sia stata un periodo florido per la Sardegna lo fa pensare il ritrovamento di manufatti di ossidiana sarda in vari territori del bacino del Mediterraneo, segno di una consistente produzione ed esportazione nonché di frequenti traffici marittimi da e per la Sardegna.

Il benessere dell'isola, che dovette esser frutto di queste attività estrattive e commerciali, risalta ancora di più nell'immediatamente successiva epoca nuragica, che, come detto, sembra coincidere con l'età dei metalli (prima il rame, poi il bronzo che deriva dal rame in lega con lo stagno, e infine il ferro). Il grande numero di nuraghi ritrovati, circa settemila (però si pensa che, interrati, ve ne siano molti altri) fa ritenere che nell'isola il tenore di vita fosse elevato e che la densità della popolazione fosse, per l'epoca, abbastanza consistente, a differenza di quanto accade oggi di pari passo con l'attuale carenza di attività economiche di grande rilevanza (se si esclude il turismo): è pur vero che l'insieme dei nuraghi, come appunto si afferma, è stato realizzato nell'arco di più di un millennio, ma oltre settemila di questi edifici sono pur sempre un numero rilevante. E le cosiddette Torri del sud della Corsica, ma pure i Talaiot delle Isole Baleari, possono fare ritenere che la tecnologia di edificazione dei nuraghi sia stata esportata nelle terre vicine alla Sardegna. Tutto ciò ci fa ribadire che quell'epoca nuragica, preistorica ma non troppo, e la fase neolitica che la precede dovettero costituire per i sardi un periodo di floridezza.

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REGNUM SARDINIAE ET CORSICAE
Dal Regno di Sardegna e Corsica alla Repubblica Italiana.

pubblicato il 30/07/2017 16:29:04 nella sezione "News e curiosità"
REGNUM SARDINIAE ET CORSICAEDal Regno di Sardegna e Corsica alla Repubblica Italiana.
di Attilio Leone

Nell'anno 1297 Papa Bonifacio VIII istituì il "Regnum Sardiniae et Corsicae", cioè il Regno di Sardegna e Corsica, concedendone la sovranità al re Giacomo II d'Aragona (l'Aragona era un importante stato della parte nord-orientale della penisola iberica).
Fino ad allora la Sardegna era divisa politicamente in Giudicati, anche se si può ipotizzare che, forse, formalmente facesse ancora parte dell'Impero Romano d'Oriente. Non era la prima volta che un Papa si occupasse delle cose della Sardegna: ricordiamo le numerose lettere che Papa San Gregorio Magno, Pontefice dal 590 al 604, aveva scritto per regolamentare le cose sarde. E non si trattava nemmeno del primo regno di investitura papale.
Istituito il Regno di Sardegna e Corsica, gli aragonesi faticarono non poco per rendere effettiva la costituzione di questo nuovo stato, giacché i Giudici di Sardegna e gli interessi pisani e genovesi costituivano un ostacolo. E del resto la Corsica non fu mai conquistata dai sovrani aragonesi e rimase in mano alla Repubblica di Genova, salvo poi finire nel Settecento alla Francia, nonostante la sua italianità linguistica di allora e la sua formale appartenenza al regno sardo.
Nel 1720 il Regno passò alla dinastia dei Savoia e, nel 1847, venne realizzata la cosiddetta Fusione Perfetta, in base alla quale tutti i territori appartenenti alla Casa Savoia vennero parificati politicamente e amministrativamente. Torino era la capitale dello stato, che comunque continuava a chiamarsi Regno di Sardegna.
Dopo la Seconda Guerra d'Indipendenza e l'impresa dei Mille, allorché gran parte delle regioni italiane avevano aderito, mediante plebisciti, al Regno di Sardegna, il 17 Marzo 1861 Vittorio Emanuele II (fino a quel momento re di Sardegna) venne proclamato re d'Italia a Torino dal Parlamento: ma, come si vede, mantenne il numerale di "secondo" (Vittorio Emanuele II), facendosi così riferimento alla numerazione dei re di Sardegna. L'antico "Regnum Sardiniae et Corsicae" era divenuto Regno d'Italia. Come costituzione del regno italiano rimase in vigore lo Statuto Albertino, che era stato concesso nel 1848 dal re di Sardegna Carlo Alberto.
Con il referendum del 2 Giugno 1946, come è noto, la maggioranza degli italiani scelse la Repubblica e, da allora, lo stato italiano, di conseguenza, viene denominato Repubblica Italiana. Al posto dell'antico Statuto Albertino, nel nuovo stato repubblicano il 1° Gennaio 1948 entrò in vigore l'attuale Costituzione della Repubblica Italiana, che è una costituzione molto più "rigida" rispetto alla precedente , in quanto richiede una procedura complessa per poter essere modificata.
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ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL'IDIOMA SARDO
La parlata sarda oggi come lingua.

pubblicato il 28/07/2017 00:22:53 nella sezione "News e curiosità"
ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLIDIOMA SARDOLa parlata sarda oggi come lingua.
di Attilio Leone

Le parlate sarde sono oggetto di studio da molto tempo e, nella gran parte dei casi, oggi il Sardo, nel suo insieme, viene definito come una lingua.

Non ci sono dubbi che le due principali componenti dell'idioma sardo, il Campidanese e il Logudorese, frammentate in molteplici varietà locali, abbiano delle caratteristiche di fonetica, di lessico e di morfologia che fanno del Sardo neolatino una componente ben individuata all'interno delle lingue derivate dal Latino. E, con ogni probabilità, molte delle particolarità del linguaggio della Sardegna, a livello di vocaboli e di forme grammaticali, sono conseguenza della fonetica sarda. Del resto anche le altre parlate sarde, come Sassarese e Gallurese che affinità con i dialetti della Corsica, hanno ormai acquisito una fonetica, cioè una pronunzia, tipicamente sarda.

Ma, a differenza del Còrso, che presenta caratteri tipici delle parlate italiane centro-meridionali (che vanno dalle Marche alla Sicilia), il Sardo, come detto, difficilmente può essere collocato in altri gruppi. A livello fonetico presenta la sonorizzazione delle consonanti sorde intervocaliche, tipica delle parlate neolatine di sostrato celtico (per esempio "logu", dal latino LOCUM); presenta pure la permanenza della -S finale del plurale, come le parlate dell'area neolatina occidentale, anche se la pronunzia della -S finale in Sardegna viene seguita generalmente dalla ripetizione della vocale che la precede (per esempio "ròsasa", cioè "le rose": si tratta della cosiddetta vocale paragogica, che solitamente si aggiunge in Sardo a tutte le consonanti finali di parola). Comunque, l'insieme che deriva da tutte le peculiarità del parlare sardo lo rende un'entità a sé stante nel panorama dei linguaggi romanzi, cioè neolatini.

Il dubbio che, invece, ci vogliamo porre è se si possa parlare di lingua sarda. Tutto ruota sul significato che si attribuisce al termine "lingua". Se per lingua intendiamo un particolare gruppo linguistico, allora anche il Sardo, con le sue varietà, è una lingua. Ma in tal caso non potremmo, ad esempio, chiamare "lingua" il Moldavo (che pure è una lingua ufficiale), giacché per molti glottologi è una variante del Rumeno. Allora il termine "lingua" è ambiguo e probabilmente inopportuno. E' preferibile definire "lingua" ogni linguaggio che ha assunto un carattere ufficiale (o simile) e che dunque, per questa sua caratteristica, ha perso la mutevolezza dei dialetti di uso esclusivamente parlato, sottoponendosi invece a regole fisse e vincolanti. Si pensi al Toscano trecentesco divenuto Italiano nel corso dei secoli, con regole obbligatorie per tutti i parlanti. Anche il dialetto napoletano potrebbe, per esteso, essere definito oggi come lingua, giacché il suo uso è divenuto tipico di un particolare genere musicale, la canzone napoletana appunto, che trova autori anche al di fuori dall'ambito strettamente partenopeo.

Viceversa il Sardo non ha oggi un uso ufficiale o affine, per cui sembrerebbe preferibile parlare di "gruppo linguistico sardo", che costituisce un gruppo a sé nell'ambito degli idiomi derivati dal Latino. Invero il Sardo (come pure il Siciliano) è stato lingua nel passato, quando ha avuto un uso ufficiale: basti pensare alla trecentesca "Carta de Logu". Ma poi, nel tempo, non è stato più utilizzato come idioma ufficiale. Oggi, se vuole riconquistare il nome di "lingua", deve tornare ad assumere un uso di carattere ufficiale.


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CAGLIARI PAESAGGIO
Mostre e performance e 4 giorni di meeting – dal 27 al 30 luglio - con teorici e architetti del paesaggio di rilievo internazionale.
sardegna (cagliari) cagliari

pubblicato il 26/07/2017 23:18:25 nella sezione "News e curiosità"
CAGLIARI PAESAGGIOMostre e performance e 4 giorni di meeting  dal 27 al 30 luglio - con teorici e architetti del paesaggio di rilievo internazionale.
Cagliari, luglio 2017 - Teatro Comunale di Castello e sedi varie

La città sarda per tutto luglio 2017 protagonista e suggestivo palcoscenico di una piattaforma di riflessione sul tema nodale del paesaggio
e sul rapporto tra uomo e natura.

Tra gli ospiti: João Nunes , Michael Jakob, Barbara Aronson, Els Verbakel, Günther Vogt, Henri Bava, Christophe Girot, Franco Farinelli, Peter Latz, Pedro Campos Costa, João Gomes da Silva, Atelier F/C Arquitectura Paisagista, Baldios Arquitectos Paisagista, Studio Raumlabor e tanti altri.

Momenti dedicati a “Cinema e Paesaggio”, con Gianfranco Cabiddu, Salvatore Mereu, Giovanni Columbu e Enrico Pau, e alla “Fotografia e Paesaggio” con Salvatore Ligios, Giovanni Chiaramonte e Paola De Pietri.

I profondi cambiamenti socio-economici e i processi di globalizzazione in atto nella società odierna stanno determinando trasformazioni non solo nell’organizzazione territoriale e nella localizzazione delle attività, ma nello stesso legame tra società e risorse ambientali, persone e luoghi di vita e, dunque, tra uomo e ambiente. Di qui la necessità di ripensare i Paesaggi e il nostro modo di viverli, interpretarli, progettarli e comunicarli.
Lanciare nuovi sguardi, introdurre nuovi strumenti concettuali e un diverso linguaggio, innovare le pratiche di intervento sul territorio sono ormai necessità impellenti, così come è una priorità dell’architettura – e di tutta la società occidentale, dopo anni di disattenzioni e devastazioni - ripensare il rapporto tra uomo e natura, avviare una diversa dialettica tra i processi antropici e quelli naturali.

Cagliari, città dal profilo urbano e ambientale complesso e ricchissimo, mette al centro dei suoi interessi e di una più ampia riflessione proprio i Paesaggi – umani, naturali, urbani, paesaggi culturali e dell’anima – proponendo a luglio 2017 la prima edizione di CagliariPaesaggio: un mese di eventi diffusi in tutta la città che culminerà, dal 27 al 30 luglio, in quattro giorni di meeting con teorici e architetti del paesaggio di ambito internazionale, amministratori pubbliciI e intellettuali, che a qui si confronteranno sui diversi aspetti del tema.

Una piattaforma di dialogo che nella prima edizione vede tra i suoi ospiti principali - oltre al famoso architetto e paesaggista portoghese João Nunes, “padre spirituale” della manifestazione, che a Cagliari ha firmato il progetto del Parco urbano di Sant’Elia - anche Michael Jakob, Barbara Aronson, Günther Vogt, Els Verbakel, Henri Bava, Christophe Girot, Franco Farinelli, Peter Latz, Pedro Campos Costa, João Gomes da Silva, Atelier F/C Arquitectura Paisagista, Baldios Arquitectos Paisagista, Studio Raumlabor.

“Cagliari ha le caratteristiche necessarie per candidarsi a diventare, nei prossimi anni, uno dei luoghi nodali del dibattito sul paesaggio: una città la cui complessità offre innumerevoli occasioni di indagine e riflessione sul rapporto tra uomo e natura” spiega Paolo Frau assessore alla cultura e al verde pubblico del capoluogo sardo. “E’ innanzitutto una città molto antica, che porta evidenti le tracce dei millenni che l’hanno attraversata lasciando il segno di continue sovrapposizioni e trasformazioni, ed è posta al centro di un sistema ambientale di straordinaria complessità. Infine, per la sua posizione geografica, si pone potenzialmente come osservatorio privilegiato delle trasformazioni che in questo ambito si stanno realizzando nell’area del Mediterraneo e nel mondo”.

Richiama il volo dei fenicotteri il logo della manifestazione promossa dal Comune di Cagliari e dall’Università degli Studi di Cagliari-DICAAR, con la Fondazione di Sardegna: quei fenicotteri che hanno colonizzato con oltre 20.000 esemplari le zone umide di Cagliari nonostante l’intervento dell’uomo le avesse potentemente trasformate, realizzando saline e vasche salanti.
Un miracolo, in un’area fortemente urbanizzata, divenuto uno dei simboli della città, ma anche del dialogo tra paesaggio naturale e paesaggio antropico.

Proprio questo dialogo, necessario ma non scontato, sarà il tema centrale della giornata d’apertura del meeting, il 27 luglio al Teatro Civico di Castello, con una conversazione sul paesaggio tra João Nunes, l’architetto e paesaggista svizzero Günther Vogt e Michael Jakob. Professore di Storia e Teoria del Paesaggio al Politecnico di Losanna (EPFL) e presso la Scuola di Ingegneria di Ginevra-Lullier (HEPIA), Professore Ordinario di Lettere Comparate all’Università di Grenoble
nonché visiting professor presso la BIARCH di Barcellona – e con una successiva riflessione sulla “costruzione” della natura, che vedrà anche il
coinvolgimento del geografo Franco Farinelli.

Seguiranno, nei giorni successivi, tavole rotonde e dialoghi su differenti fronti: da “II progetto del Paesaggio” con riflessioni su Gerusalemme, Cagliari e Taranto; a “Paesaggio e Città” che metterà Milano al centro della discussione; da “Politica e progetto urbano” con interventi di Marco Romano, Nicola di Battista, Antonio Longo e João Nunes, a “Paesaggio e produzione” in cui si spazierà dal paesaggio rurale della Sardegna a quello agricolo dell’Alentejo fino ai paesaggi minerari.

Lungo tutto il mese di luglio CagliariPaesaggio sarà infatti arricchito da eventi, mostre, allestimenti, performance che vedranno gli esponenti del mondo culturale e dello spettacolo misurarsi con scenari naturali e urbani della città,
confermando riconosciute valenze paesaggistiche
o indicando nuove potenzialità di ambiti oggi trascurati.

Dal teatro di prosa all’interno dei parchi, al teatro di figura nei giardini, gli incontri filosofici sul paesaggio dedicati a grandi e bambini, la musica delle launeddas nello scenario industriale della Manifattura Tabacchi, le performance in spiaggia e i concerti nelle piazze. E ancora, le passeggiate al tramonto negli spettacolari scenari del Parco di Molentargius e in quello di Tuvixeddu o le passeggiate letterarie lungo diversi percorsi della città.

Di CINEMA e di FOTOGRAFIA in rapporto con il Paesaggio si parlerà invece rispettivamente il 24 e il 25 sera, sempre al Teatro Comunale di Castello alle ore 19.00.

A confrontarsi in un colloquio pubblico sul diverso rapporto tra opere filmiche e paesaggio saranno il regista Gianfranco Cabiddu - che ha ambientato sull’Isola dell’Asinara la sua ultima fatica “La stoffa dei sogni” - Salvatore Mereu, Giovanni Columbu e Enrico Pau che, con “L’accabadora” (2016) uscito nelle sale nell’aprile di quest’anno e con una Cagliari del ‘43 sotto i bombardamenti, ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui la menzione speciale ai Nastri d’Argento
(premi del sindacato nazionale giornalisti cinematografici)
per il cinema indipendente e di qualità.

Salvatore Ligios, Giovanni Chiaramonte e Paola De Pietri saranno invece protagonisti, la sera successiva, dell’incontro sul rapporto tra arte fotografica e paesaggio.

Non mancheranno neppure le MOSTRE a proporre chiavi di lettura del paesaggio di sapore diverso: saranno una decina, ospitate in luoghi istituzionali come Palazzo di Città e l’EXMA, ma anche in siti e location inusuali come i negozi del centro storico di Cagliari. Tra le riflessioni di ambito architettonico spicca la mostra “L’architettura del paesaggio in Svizzera” - The Swiss Touch in Landscape Architecture, mostra che sta girando l’Europa dedicata al Paese ospite della manifestazione, e che documenta le realizzazioni esemplari di paesaggisti e architetti elvetici. Curata da Michael Jakob per la Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia, la mostra verrà inaugurata alla presenza dell’ambasciatore svizzero in Italia.

I paesaggi urbani e rurali della Sardegna tra gli anni i ‘50 e ‘60 del Novecento sono invece protagonisti di un’esposizione di grande fascino - “Paesaggio e identità. Storie di luoghi, di donne e di uomini. I GRANDI FOTOGRAFI DELLA MAGNUM IN SARDEGNA ” che s’inaugura il 21 luglio a Palazzo di Città,
promossa dai Musei Civici di Cagliari.

La Magnum Photos, la più nota agenzia fotografica al mondo, presenta, per la prima volta, in un’unica esposizione, gli scatti realizzati in Sardegna dai suoi reporter più famosi fra il secondo dopoguerra e gli anni sessanta del Novecento. Le fotografie di Henri Cartier-Bresson, David Seymour, Werner Bischof, Leonard Freed, Ferdinando Scianna - sessantotto immagini in tutto - immortalano l’Isola nel momento del delicato passaggio da una cultura tradizionale alla cosiddetta “modernità” e fanno da controcanto, nel percorso museale recentemente rinnovato nella sede civica di Castello, alle visioni identitarie del territorio restituite dagli artisti del Novecento della Collezione Sarda (Foiso Fois, Hoder Claro Grassi, Aligi Sassu, Ubaldo Badas, Giuseppe Biasi, Pietro Antonio Manca, Stanis Dessy, Melkiorre Melis, Costantino Nivola e Pinuccio Sciola): percorso che ha il suo punto di arrivo, o di partenza, nell’opera di Maria Lai Come Daphne (1999), per la prima volta esposta al pubblico nell’atrio del museo, così da essere liberamente fruibile a tutti.

Immagine identitaria, paesaggio dell’anima anche in un’altra mostra fotografica: “Sale, Sudore, Sangue” di Francesco Zizola, antropologo e fotoreporter italiano vincitore del World Press Photo of the Year nel 1996 e secondo nella sezione “Contemporary issue” del WPP del 2016 ,che si terrà dal 18 luglio presso l’EXMA, Centro Sperimentale per le Arti e le Culture Contemporanee di Cagliari dove saranno esposti i lavori dell’artista sardo che raccontano l’antico metodo di pesca del tonno rosso, la cui origine risale alla dominazione araba.

Altro è il paesaggio che emerge infine dalle viscere della terra, che si nasconde sotto i nostri piedi, che sfugge al visibile. “Cagliari sotto” di Marco Mattana mostra attraverso 100 foto – dall’8 luglio al SEARCH di Cagliari - le cavità più significative raccontando il mutare della città sotterranea in quasi 3000 anni.

“Uno sforzo congiunto di tutta Cagliari. Siamo orgogliosi – sottolinea l’assessore Frau - che già in occasione di questa prima edizione diversi tra i più prestigiosi architetti del paesaggio e teorici della materia abbiano accettato il nostro invito. È per noi solo una base di partenza perché è nostra intenzione lavorare alacremente affinché questo evento cresca e si rafforzi nel tempo diventando un punto fermo nell’agenda di chiunque sia interessato a questi temi”.
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SANT'ANDRIA E IL MESE DI NOVEMBRE
Significato dei mesi in sardo secondo antichi dizionari

pubblicato il 28/11/2016 15:16:26 nella sezione "News e curiosità"
SANTANDRIA E IL MESE DI NOVEMBRESignificato dei mesi in sardo secondo antichi dizionari
Foto: Opera di Ivan Pili

SANT’ANDRÌA in Sardegna denomina il mese di Novembre, altrimenti detto d’Ogniassanti. Dolores Turchi scrive: «Si comprende perché fu scelto proprio il nome dell’apostolo Andrea a copertura di una festa che aveva ben altri contenuti. Tutto il mese di novembre era dedicato a Dioniso… A Galtellì Sant’Andria è detto su santu e su vinu… perché in quel mese si sturano le botti». Purtroppo, la Turchi non spiega perché sant’Andrea sia il “santo del vino”, e perché viene abbinato a Dioniso. Non basta sostenere che, in quanto patrono, viene celebrato il 30 novembre (salvo eccezioni).
Purtroppo per lei, sant’Andrìa è una paronomasia, creata certamente dai preti bizantini nella loro infaticabile missione volta ad obnubilare la religione sarda. Il vocabolario religioso e carnevalesco della Sardegna è zeppo di paronomasie create “a tavolino”. Circa le feste dedicate agli Apostoli e agli altri Santi, nessuno si è mai posto il problema di come siano stati stabiliti dal Vaticano i mesi e i giorni di ciascuna festa. Qualcuno dovrebbe spiegare perché la festività di S. Andrea cada proprio a Novembre. Non conoscendosi i giorni di nascita e di morte degli Apostoli, la fissazione delle ricorrenze rimase nell’assoluto dominio della Chiesa, che in tal guisa ebbe campo libero nel creare una rete arbitraria di punti solidi coi quali soffocare, inglobare, camuffare ed azzerare le manifestazioni religiose dei Sardi. Sant’Andrìa è una paronomasia operata sopra un sintagma sardiano. Santu è basato sull’akk. šātû ‘grande bevuta’, šatû(m) ‘to drink’ con epentesi di -n-; questo campo semantico del ‘bere’ ingloba anche il mese di Ottobre, perché Ottobre e Novembre sono i mesi in cui iniziano le grandi piogge: i campi cominciano ad essere irrigati ed ai coltivatori si dà accesso ai diritti d’irrigazione. Quindi Novembre era particolarissimo per la doppia manifestazione del ‘bere’: quella dell’uomo che assaggia il vino, quella della natura che riceve le grandi piogge. Andrìa è un composto sardiano basato sul sum. an ‘Cielo’ + dirig ‘galleggiare, inzuppare’: an-dirig significò ‘cielo che inzuppa’ (la terra). Si ebbe in seguito la metatesi: drīa. Il significato complessivo è ‘Mese in cui il Cielo inzuppa la terra'.

di Salvatore Dedola
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A NULVI, UN FANTASY PER LA SARDEGNA
L'ultimo libro dello scrittore Aldo Sechi

pubblicato il 01/08/2016 18:03:06 nella sezione "News e curiosità"
A NULVI UN FANTASY PER LA SARDEGNALultimo libro dello scrittore Aldo Sechi
di Laura Mannu

Per le 21.30 di venerdì 29 luglio, quei posti ancora liberi nel Chiostro di Santa Tecla a Nulvi vengono occupati dagli attesi compaesani del giovane insegnante e scrittore Aldo Sechi, lì per presentare il suo ultimo libro, intitolato L’Isola dei Giganti. Lo scontro celeste.

La cornice medievale, suggestivamente illuminata, è percorsa da una brezza che trasporta fuori dei possenti muri dell’antico monastero le voci corpose delle ultime prove canore della giornata del coro di Nulvi.

Alle 21.40, Elvira Decortes, Vicesindaco e Assessore alla Cultura, Istruzione e Spettacolo, interrompe l’attesa per fare gli onori di casa e, dopo aver rivelato al pubblico: -“Ho letto l’ultimo romanzo di Aldo animata da una forte curiosità e l’ho molto apprezzato”, cede la parola al dialogo tra lo scrittore e la dott.ssa Laura Antonella Piras, dottoranda in Lingue, Letterature e Culture dell’Età Moderna e Contemporanea presso l’Università di Sassari.

Laura Piras rende omaggio all’amico compaesano ricordandone gli interessi letterari mai celati risalenti all’infanzia, poi coltivati durante gli studi per conseguire le lauree in Lettere e in Filologia Moderna a Sassari, ora trasmessi agli alunni di Valledoria, dove insegna, e concretizzati nei suoi primi volumi dati al pubblico. Aldo Sechi è uno scrittore emergente. Pubblica nel 2007 per l’editore Seneca la sua prima raccolta di poesie Oltre ogni come, nel 2012 il suo primo romanzo Sardomachia, edito da Arpeggio Libero, che segue a far uscire nel 2013 i due thrillers Le carte del Solista e Gli adepti del Sillabo, trattanti rispettivamente il tema dell’AIDS e quello dell’aborto e della questione femminile.

“Questa volta, invece,”-spiega Laura Piras-“l’autore si cimenta in un genere del tutto diverso: il fantasy.”

Così, infatti, chiarisce Aldo: -“Pensavo a come sarebbe stato un libro fantastico ambientato in Sardegna che avrei voluto leggere, ed era proprio così. Quando scrivo, in effetti, cerco di comporre qualcosa che mi piacerebbe leggere, che magari mi sarebbe piaciuto trovare in libreria.”

L’Isola dei Giganti è dunque il racconto fantastico che Aldo cercava e che ha come luogo di ambientazione la Sardegna, un luogo antichissimo quanto l’epoca di quelle vicende, la cui storia è scritta solo nelle pietre.

“È nel tempo mitico narrato dallo scrittore”-continua la dott.ssa Piras-“che si svolge l’antico conflitto fra Nitor, re del Sole e Saur, sovrano delle tempeste, con i suoi fedeli giganti, poiché quest’ultimo aveva deciso di impadronirsi dei territori governati dal dio del Sole e abitati dagli uomini. Ma la profezia delle Sei stelle prevede che saranno sei eroi, scelti dagli dei, a liberare i territori di Nitor e a salvare il genere umano. L’eroe prescelto per compiere l’impresa è un giovane ragazzo, Shardan, insieme a cinque valorosi eroi dalle qualità particolari che lo accompagneranno nelle sue numerose avventure e lo aiuteranno a superare le varie prove a cui gli dei lo sottoporranno.”
Il romanzo è ricco di citazioni di personaggi della tradizione popolare sarda, che il pubblico riconosce e accoglie divertito, quando il dialogo tra Laura e Aldo viene intermezzato dalla lettura di brani scelti. Nel Chiostro, allora, tutti vengono trasportati nella Foresta dell’Oblio tra i dispettosi Pindacci o nella Palude dell’Angoscia dove abita Majalza o nella casa di Celes dea dell’amore quando eventi e personaggi della narrazione si materializzano fuor della cangiante voce di Lella Cucca, accompagnata dal caldo arpeggio della chitarra acustica di Francesco Pais. Il felice duetto conquista applausi sentiti e rende note a chi del pubblico non abbia ancora letto il romanzo alcune delle fasi più emozionanti del libro, come la consegna delle armi divinamente forgiate agli eroi “di una terra libera” e lo sbocciare dell’amore tra il giovane Shardan e la bella Merel.

Il pubblico accoglie con apprezzamento il tentativo del giovane scrittore di fondere elementi storici e mitici di una tradizione ampiamente nota alla maggior parte dei sardi e riconosce in lui la risorsa cui richiedere una snella e gradevole affabulazione intorno a materiali cari all’identità isolana. L’incontro si chiude con il rinnovo da parte del pubblico della proposta già avanzata in apertura dalla Decortes: “Mi piacerebbe che il tuo prossimo libro fosse ambientato a Nulvi e avesse come personaggi i banditi e la nostra Lucia Delitala.”
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SIGNIFICATO DEI MESI IN SARDO
Aprile, secondo antichi dizionari

pubblicato il 28/04/2016 18:07:27 nella sezione "News e curiosità"
SIGNIFICATO DEI MESI IN SARDOAprile secondo antichi dizionari
di Salvatore Dedola

I pensatori dell’Accademia non risolveranno mai i problemi della civiltà sarda finché rimarranno irrigiditi in un ragionamento “ad una dimensione”, secondo cui la civiltà sarda può essere acclarata soltanto in virtù della civiltà romana, quasi che prima di Roma la Sardegna vivesse nell’assoluta barbarie. E così siamo stati avvezzi a credere che la Sardegna sia soggetta, da sempre, all’antico calendario romano, il che non è vero, perché i Sardi ebbero il proprio calendario millenni prima che alcune capannucce apparissero sul Palatino.
I Latini (i progenitori dei Romani) avevano, al pari della Sardegna, un calendario lunare. Fu Numa Pompilio, a quanto si tramanda, ad aver portato il calendario romano a 12 mesi nel tentativo di farlo coincidere col corso annuale del sole. Ai suoi tempi risale dunque il nome romano del quarto mese, Aprīlis, la cui etimologia fu inseguita cervelloticamente da parecchi. La si paragonò anche ad Afrodite, nome della dea greca dell’amore, non tenendo conto che Afrodìte fu conosciuta molto tempo dopo. Altri attinsero al nome etrusco Apro, ma s’arenarono senza spiegarlo. Marco Terenzio Varrone (De origine linguae Latinae, 6,33) pensò ad Aprīlis come “quod ver omnia aperit”, “perché la primavera apre tutte le cose”, e dimenticò che la primavera comincia a Marzo.
Noi riusciamo ad affrancare la Sardegna dai beceri tentativi di “furto d’identità” soltanto se ripartiamo dal più antico nome sardo del mese, che è ARBÌLE. Allora tutto s’acclara. La semplicità intuitiva, la perfezione dell’identità, si rispecchiano nella scoperta che il nome del quarto mese dell’anno riposa nell’ebraico ‛arbà 'quattro', in accadico arbaʼu ‘quattro’.

Nella foto: Lei (Nuoro), stipite destro, porta della chiesa foranea di S. Marco (25 aprile). Rosetta e sei punte racchiusa in un cerchio e cinque buchi chiamati coppelle, messi come nella faccia del dado. La prima, è identificabile con il sole al solstizio, quando d’estate è alto nel cielo o basso in inverno, come si ritrova rappresentata in altre parti del mondo; è formata da due triangoli equilateri contrapposti: noti come sigillo di Salomone, detto la stella di Davide dei Giudei. Le cinque coppelle ci parlano delle cinque lune che possono formarsi tra il 21 dicembre e il 25 aprile, giorno estremo per la Pasqua tardiva, più alta e insidiosa, antica festa del risveglio della natura presidiata da San Marco.
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GLI SCIALLI DI ORUNE
Sos isciallos de Orune

pubblicato il 18/04/2016 23:12:12 nella sezione "News e curiosità"
GLI SCIALLI DI ORUNESos isciallos de Orune
Li vedi arrivare come ombre conturbanti.. Piccole macchie nere ondulanti che appaiono come dal nulla dai vicoli nebulosi del paese all’ora del vespro, come che durante le altre 23 ore del giorno il loro colore fosse solo trasparenza.. Poi i pezzi del puzzle diventano materia nera e compatta che va a fare da base, come in un grande mosaico, alle colorate e dipinte volte della chiesa di S.Maria Maggiore.
Da loro, a malapena, si distinguono le forme degli occhi senza identità, colore ed espressione; e gli esseri che vi dimorano dentro sono riconoscibili, all’attento osservatore, più da “sas frunzas” (le frangie) e dall’andamento dei passi, che dai caratteri somatici accuratamente celati ..
Né la voce, usata solo per l’essenziale, può essere identificativa di coloro che vi si celano, qualora si presenti, in quanto volutamente distorta dal fazzoletto davanti alla bocca..
Macchie senza identità, senza età, senza voce, che fluttuano come rivoli silenziosi per ricongiungersi al suono delle campane, che richiamano a raccolta, nella marea nera davanti all’altare..
Lo scialle della donna orunese non è un indumento. Non è la protezione dal freddo pungente dell’inverno, né dal caldo afoso dell’estate, ma protezione di quanto ci si porta dentro.
Esso è una forte e impenetrabile corazza, uno scrigno dei tesori, un deposito dei sentimenti, una barricata bellica, un osservatorio più dall’anima che dal corpo...
E quando si pensa di osservare senza essere osservati, seppure di spalle, ti rendi conto che invece colei che è all’interno è perfettamente consapevole della tua presenza e dei tuoi occhi curiosi, come se in ogni trama del prezioso tessuto nero vi fossero disseminati mille sensori..
Rimango attonito a guardarli come in una sequenza cinematografica in bianco/nero e a rallentatore.. Come che essi senza età e senza tempo, arrivino dal nulla, pur varcando spesso le soglie di dimore sontuose e moderne..
Li vedo entrare nella Grande casa comune, dove ne seguo l’unione. E neppure nell’intimità della stessa vedo i volti scoprirsi, le emozioni apparire e manifestarsi.. Le stesse preghiere sono pronunciate pure a voce alta, celate e distorte dal fazzoletto a protezione della voce, delle voci che da essi escono e che sommate vanno a formare uno strano ed emblematico concerto..
E mi chiedo cosa realmente ciascuna custodisca dentro, pur consapevole dell’impresa impossibile del sapere..

Foto e testo di Antonello Porcu
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TURISTA PENTITA RESTITUISCE LA SABBIA ROSA ALL'ISOLA DI BUDELLI
sardegna (olbia-tempio) la maddalena

pubblicato il 25/02/2016 15:34:37 nella sezione "News e curiosità"
TURISTA PENTITA RESTITUISCE LA SABBIA ROSA ALLISOLA DI BUDELLI
Un primo risultato i ragazzi della Scuole media di Mosso in Provincia di Biella che nei giorni scorsi hanno promosso un’iniziativa di crowfunding per l’acquisto dell’Isola di Budelli lo hanno già ottenuto: nel corso della mattinata di oggi un piccolo sacchetto contenente sabbia proveniente dalla Spiaggia Rosa è stata recapitata per posta negli Uffici dell’Ente Parco di La Maddalena. Una lettera di accompagnamento spiega le ragioni della restituzione: il senso di colpa per quel furto che una giovane ragazza in visita nell’Arcipelago nel 1987 commise un po’ per ingenuità, un po’ per incoscienza.

«… poi ho letto su qualche giornale e ascoltato alla tv cosa è questa sabbia e come si è formata, cosa è un Parco naturale, ho capito quanto sia unica la Sardegna… – spiega Antonella, così si è firmata l’anonima - allora mi sono sentita in colpa e l’ho tenuta nascosta con l’idea sempre in testa di restituirla all’Isola. Poi stamani ho letto dell’iniziativa che la II B della scuola media di Mosso ha intrapreso per tutelare l’Isola di Budelli e finalmente ho deciso di chiamarvi per restituire la sabbia all’isola».

Il piccolo sacchetto di sabbia è stato inviato via posta agli Uffici dell’Ente Parco che provvederà alla sua custodia. Una piccola vittoria per i bambini della scuola media di Mosso che con la loro mobilitazione hanno comunque riportato l’attenzione dell’opinione pubblica sugli equilibri di un sistema naturale particolarmente delicato.

«Ringraziamo Antonella per la scelta che ha fatto restituendo quella piccola porzione di Spiaggia Rosa al suo luogo naturale – spiega il Presidente Giuseppe Bonanno – Non è mai troppo tardi per capire l’importanza dei propri gesti per il mantenimento degli equilibri naturali di un territorio. Ringraziamo i bambini di Mosso perché con la loro mobilitazione hanno sensibilizzato alla cura di un bene naturale come l’Isola di Budelli anche i più grandi».
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Bona Pasca 'e Nadale

pubblicato il 24/12/2015 17:25:47 nella sezione "News e curiosità"
Bona Pasca e Nadale
Sardiniain augura a tutti i suoi lettori, Bona Pasca 'e Nadale, con la Natività della grande artista Bonaria Manca.
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PASCOLO 2.0, PECORE COL CHIP E OVILE COMPUTERIZZATO PER IL PASTORE PIU' HI TECH D'ITALIA
In Maremma si fondono tradizione e innovazione

pubblicato il 15/07/2015 14:33:38 nella sezione "News e curiosità"
PASCOLO 2.0 PECORE COL CHIP E OVILE COMPUTERIZZATO PER IL PASTORE PIU HI TECH DITALIA In Maremma si fondono tradizione e innovazione
"Pascolo 2.0, pecore col chip e ovile computerizzato per il pastore più hi-tech d'Italia
Luigi Farina: «È un approccio non usuale per le pecore, mentre è molto usato negli allevamenti di mucche. Rispetto dalla tradizione e minor stress per gli animali. Adesso spinta "ultrabiologica” alla produzione»


Pecore con il chip, sensori, controlli continui del foraggio e dei processi di produzione. Nasce così, con la tecnologia che guarda al futuro, il formaggio che sa di storia e di tradizione. La tecnologia, dunque, per fare cibo più sano e naturale.
Pastore hi-tech. Il pastore più hi-tech d'Italia, che alleva le proprie pecore all'aperto, le pascola per far mangiare loro erba tutto l'anno, e le munge con il computer si chiama Luigi Farina e il suo allevamento si trova ad Albinia (Gr), in quella Maremma dove è ancora forte il legame con la tradizione. E dove in mezzo a campi e aria incontaminati, si trovano le stalle e gli animali di Luigi Farina dotati di una tecnologia che, almeno in Italia, non si trova negli ovili, ma negli allevamenti di bovini e raramente in qualche allevamento di bufale.
Pecore con il chip e ovile computerizzato. Ogni pecora di Farina, famiglia sarda ma da generazioni trapiantata nel grossetano, è dotata di un microchip attraverso il quale è possibile conoscere lo stato di salute dell'animale, la sua vita, quanti parti ha effettuato e se deve e può essere munta. Un percorso gestito da computer conta le pecore, le divide secondo le necessità, le guida verso la mungitura se sane, o verso una zona di quarantena se presentano qualche problema, come, ad esempio, la mastite.
Tradizione e ricerca universitaria. «Si tratta di un approccio non usuale per le pecore, mentre è molto impiegato per le mucche», spiega Luigi Farina, convinto sostenitore del principio che si possano valorizzare al meglio le produzioni tradizionali solo applicando i principi più innovativi di scienza e tecnologia e con un’attenzione massima all’ambiente. «La realizzazione dei software e della tecnologia di gestione dell'allevamento è importata da Israele, dove è diffusa negli allevamenti più grandi e consente risparmi in termini di risorse ambientali ed economiche, nonché livelli estremamente più bassi di stress agli animali».
Produzione bio con controlli continui. Erba, integrazione con foraggio fresco, fieno, sono tutti quanti prodotti in azienda e seguono i dettami della produzione biologica fino dal 1995 per arrivare nel 2001 alla certificazione bio. Ma Luigi Farina vuole andare ancora oltre il certificato e recentemente ha affidato a BsRC Bioscience Research Center (http://www.bsrc.it), centro ricerche con sede a Fonteblanda (Gr), il controllo della filiera produttiva, per implementare ulteriormente la qualità dei prodotti e diminuire gli impatti ambientali dei processi.
Foraggio e ambienti puliti. «Farina produce formaggio biologico con il minimo impatto ambientale, con basso consumo di acqua e con l'impiego di risorse ed energie da fonti rinnovabili, come i pannelli solari. Insomma ha una grande attenzione all'ambiente e al risparmio di risorse. Il nostro lavoro è di selezionare erbe per il foraggio che abbiano una ancor più bassa water foot print, e che abbiano ricadute positive sulla qualità del latte e del formaggio prodotto», spiega Monia Renzi, amministratore di BsRC. «Uno dei nostri obiettivi principali è selezionare il foraggio che porti ai migliori risultati dal punto di vista della produzione di latte, della sua composizione in nutrienti e dell’implementazione della presenza di sostanze benefiche», commenta Cristiana Guerranti, esperta in sicurezza alimentare e direttore scientifico del centro ricerche.
Una produzione che va verso l'ultrabiologico. «Vogliamo arrivare - continua Guerranti - a ottimizzare il latte per produrre un formaggio migliore in termini di salubrità, di rispetto per l’ambiente e di costi. Stiamo valutando la qualità degli ambienti di vita degli animali, degli ambienti di stoccaggio del foraggio e del latte e di produzione del formaggio, per monitorare i contaminanti che normalmente sono presenti in ogni ambiente, anche quelli non previsti dalla legge sul biologico, e intervenire per abbassarne drasticamente i livelli. Con questo approccio otterremo un prodotto ancora più pulito e salubre, che ci piace definire “ultrabiologico”».
(Grosseto)
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