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Conoscere Tiziana Etzo, Sassarese d'origine e pisana "d'adozione" e il suo pensiero sull'emigrazione sarda organizzata da reinventare: "l'isola, sedotta e abbandonata è pur sempre per ‘su disterrau‘ la propria Itaca"


pubblicato il 22/01/2014 12:15:37 nella sezione "News e curiosità"


Conoscere Tiziana Etzo Sassarese dorigine e pisana dadozione e il suo pensiero sullemigrazione sarda organizzata da reinventare: lisola sedotta e abbandonata è pur sempre per su disterrau la propria Itaca
di Massimiliano Perlato

“Mi piacerebbe tornare a casa. Tutti abbiamo un’Itaca alla quale tornare: passiamo per tante strade, conosciamo tante persone, ma alla fine casa è una sola. La Toscana mi ha dato diverse possibilità e occasioni, mi ha dato una formazione solida. Vorrei poter mettere a servizio della mia Regione tutto ciò che ho appreso vivendo qui, sia a livello formativo che culturale…Vedremo cosa ci riserverà il futuro.”

Sono le parole di Tiziana Etzo, 27 anni ancora da compiere e sassarese di origine. Da diversi anni a Pisa per adempiere agli studi universitari appena conclusi. Un risultato conseguito che la riempie di fierezza e determinazione. “L’emozione per un traguardo raggiunto, per le fatiche lasciate alle spalle e, soprattutto, per l’orgoglio dei genitori nel veder la propria figlia con la coroncina d’alloro è sicuramente tanta. Ho iniziato con un corso di laurea triennale in Letterature Europee per poi rivoluzionare tutto il mio percorso specializzandomi in Comunicazione d’impresa, passando quindi dalla magia della letteratura al grigiore dell’economia. All’inizio pensavo che non sarei mai riuscita ad adattarmi a degli studi così lontani dalla mia indole “letteraria”. Oggi, ripensando al primo esame, durante il quale venni bocciata e quasi pensai di abbandonare il corso di studi e considerando il risultato finale, non posso fare altro che sorridere e dirmi: ‘beh, non è andata poi così male’.”

Raccontaci di te… “Penso al mio cognome: Etzo. La parola origine rimanda a qualcosa di profondo e lontano, di antico. Giusto qualche giorno fa, durante un colloquio, chi mi intervistava ha chiesto l’origine del cognome, il significato. Etzo in sardo significa vecchio. Il vecchio è antico, è origine. Non ci avevo mai riflettuto sinora ma probabilmente tutto ciò che sono oggi lo devo a un patrimonio accumulato nel tempo, fatto degli insegnamenti delle persone più care, soprattutto le donne della mia famiglia, che oggi mi scopro di possedere. Dal desiderio di lasciare una Sassari che mi stava stretta a diciannove anni, agli studi fatti, alle ‘passioni’ rielaborate, al gusto per il costruire passo dopo passo, alla curiosità per tutto ciò che c’è di diverso da me, mi sento davvero il prodotto di una storia iniziata da qualcuno e che continuo a scrivere giorno dopo giorno.”

E il rapporto con la Sardegna oggi, con lo sguardo di chi vive al di là del Tirreno. “Il mio rapporto con la Sardegna è quello di chi vive lontano dai propri affetti, genitori, nonni e più passa il tempo, più li vedo invecchiare, e più vorrei essere loro vicina. Mi mancano le persone, non il luogo in sé.”

Parliamo di emigrazione sarda organizzata. A Pisa frequenti attivamente l’associazione “Grazia Deledda”. “Le associazione culturali sarde sono una risorsa inestimabile per la Sardegna. Viverle da vicino mi ha dato modo di capirne limiti e virtù. Sono arrivata all’associazione sarda una prima volta nel 2006 e una seconda nel 2008, e da quel momento non sono più andata via. Ho trovato delle persone che sento vicine come se le conoscessi da una vita, presenti nei momenti di gioia come in quelli di necessità. Per chi si ritrova a dover ricostruire una vita da zero, come accade a chi lascia la propria città o paese d’origine in età matura, ritrovare e costruire relazioni è fondamentale. Le associazioni fanno anche questo, adempiono al ruolo di sostegno a chi intraprende un percorso lontano da casa e promuovono la cultura e le tradizioni sarde. Ho trovato una seconda famiglia e anche delle grandi occasioni di crescita professionale. Ho trovato fiducia, stima e se oggi so scrivere un progetto di divulgazione culturale, so presentare una manifestazione – con i dovuti limiti – lo devo all’associazione sarda in generale e alla persona che per me è stata una guida in questi anni: Giovanni Deias.”

Com’è la realtà di Pisa e dintorni? E’ un’emigrazione diversa fatta da studenti? “Per quanti studenti ci sono, i giovani soci iscritti sono comunque pochi. Il circolo di Pisa vanta un gran numero di universitari iscritti ma considerando il totale delle presenze sarde sul territorio il numero è davvero irrisorio. Tanti hanno una visione distorta delle associazioni, pensano che siano dei “zilleri” trapiantati e che sia il modo migliore per ghettizzarsi e non evolversi. Si pensa che l’adesione alle associazioni sia un controsenso rispetto all’aver intrapreso un cammino di conoscenza alternativa alla vita condotta in Sardegna. Niente di più sbagliato. Per gli immigrati di oggi, per lo più giovani studenti, l’associazionismo è una grande occasione di crescita e formazione personale. Le associazioni non sono i luoghi dei bagordi, dove si trova la birra Ichnusa, senza voler fare pubblicità al prodotto ma tanto per sfatare un mito. Le associazioni sarde sono il luogo del confronto, dove trovare gli strumenti per conoscere e rielaborare la propria identità attraverso la promozione del patrimonio culturale che ci caratterizza. Le associazioni sono un’occasione per capire cosa sia la coesione e la solidarietà sociale, il piacere della condivisione, ignorarle ed evitarle, per un giovane sardo che sceglie di vivere lontano da casa, è una grande perdita, umana e formativa.”

Circoli sardi come ambasciatori di storia e cultura. Concordi con questa affermazione? “Assolutamente. Quello delle associazioni è un sistema che andrebbe razionalizzato: la Regione dovrebbe finalmente iniziare a concepirle per ciò che sono, ovvero dei vettori di promozione culturale, e chi meglio dei sardi emigrati può adempiere a questo ruolo? Dotare le associazioni di materiale informativo, di contatti, costruire una rete di relazioni solida e ampia, mi attendo questo dal futuro assessore regionale.”

Cosa potrebbero fare i circoli per migliorare la promozione della Sardegna? “Tanto. Con i giusti strumenti, che non devono essere necessariamente economici ed io sono una talebana del merito: odio i finanziamenti a pioggia indiscriminati. I sardi nel mondo potrebbero incentivare un turismo diverso da quello estivo che ci ha solo portati a costruire seconde case per affittarle un mese all’anno. La Sardegna è cultura, è sentieri, è panorami inaspettati, zone inesplorate, piccoli artigiani che restano nell’ombra, tradizioni moriture. Possiamo fare tanto se considerati come interlocutori e promotori naturali della Sardegna, ma il problema non sta nelle associazioni, ma negli occhi di chi le guarda.”

Rispetto alle altre comunità di emigrati, quelle sarde sono le più attive e anche, a distanza di anni, quelle che hanno saputo mantenere una certa coesione interna sfatando il detto “chentu concas chentu berrittas”. Come spieghi il fatto che il sardo diventi più collaborativo e soprattutto più attivo? “Per studio e per lavoro ho avuto modo di conoscere diverse comunità di emigrati: somali, eritrei, albanesi, calabresi, latino americani, camerunensi. Per chi lascia la propria terra d’origine, sia per disperazione che per la voglia di aprirsi a qualcosa di nuovo, il ritrovare qualcosa nel quale riconoscersi è un bisogno primario, come un tetto sopra la testa o il cibo. L’uomo è un essere sociale, ha un bisogno viscerale di condividere, di associarsi, di ricostruire il nuovo partendo dalle origini, come abbiamo fatto in questa intervista. I sardi, che ben si inseriscono in questo quadro, hanno dalla loro una modalità organizzativa, come quella delle associazioni, che razionalizza e incentiva il processo di coesione con i propri conterranei. Il fatto che si sia più o meno collaborativi e attivi sul territorio d’arrivo credo dipenda dai casi particolari, sono le persone che fanno la differenza, ognuna con la sua testa, ognuna con la sua ‘berritta’.”

Per i sardi “su disterru” è un vero e proprio stato d’animo. Come mai la nostalgia di una terra che, in fondo, li aveva cacciati è così forte nei sardi? “Su questo sono un po’ scettica. Io ho scelto di lasciare la Sardegna, se fossi rimasta avrei fatto uno degli ottimi corsi di laurea che l’Ateneo di Sassari propone, certamente sarei una Tiziana diversa, non avrei mai conosciuto ‘Tottus in Pari’, ad esempio, ma non sento di essere stata cacciata. Sono andata deliberatamente in cerca di qualcosa di nuovo. Per anni, anche oggi a dire il vero, anche se mi capita meno spesso, mi sono arrabbiata con chi non faceva altro che lamentarsi per la lontananza da casa, studenti come me, soprattutto. La nostalgia deve diventare non un melanconico lamento per una terra matrigna che però, preda di una sindrome di Stoccolma mai superata, ci manca terribilmente ma guardiamo da lontano. La nostalgia, su disterru, deve essere un’occasione di crescita, la possibilità di imparare e, perchè no, copiare da chi le cose le sa fare meglio, e riproporle in una terra che ci caccia perchè siamo stati noi i primi a renderla angustia. La mia emigrazione è certamente diversa da quella di un ragazzo o una ragazza di vent’anni negli anni Cinquanta o Sessanta, partiti per la fame e senza il supporto economico delle famiglie o delle associazioni sarde all’arrivo, anche se le reti di mutuo aiuto sono fenomenali da tempo immemore. In questo caso un senso di privazione della propria libertà è lecito e capisco l’amarezza e tristezza che ci può essere dietro una storia di vita simile. Oggi l’emigrato sardo è cambiato, la nostalgia è ridimensionata e concentrata nei mesi estivi. Vorrei diventasse rabbia: una rabbia costruttiva capace di darci la forza di cambiare finalmente le sorti della Sardegna. Quando si parla di madre terra, di matrigna, io penso alla Sardegna più come a una ragazza madre, una ragazza giovane, bella, ingenua, che si è fidata dell’uomo sbagliato, che le ha promesso mari e monti per poi abbandonarla con una creatura in grembo alla quale sente di voler bene ma non possiede gli strumenti per crescerla ed è così costretta ad affidarla ad altri, a chi ha le risorse, sperando, un giorno, di riportarla a casa.”
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