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Lavori tradizionali femminili in Sardegna


pubblicato il 23/12/2013 21:53:45 nella sezione "News e curiosità"


Lavori tradizionali femminili in Sardegna
di Maria Lucia Meloni

Il lavoro ha sempre rappresentato un grave impegno per le genti sarde; naturalmente il lavoro si è evoluto nel tempo in qualità e caratteristiche. Tratteremo il discorso relativamente a un periodo che possiamo dire sia compreso tra la fine del 1800 e i primi decenni del secolo scorso. Parlando di lavori tradizionali femminili tipici della Sardegna vedremo quelle che erano le usanze in merito che ora sono del tutto scomparse, e rimangono magari come cellule isolate in alcuni centri dell’isola; in determinati casi ci sono delle iniziative volte alla valorizzazione e alla riscoperta di questi lavori tradizionali sulla scia di un interesse sempre crescente riguardo alle antiche usanze della nostra isola. I lavori femminili avevano, come centro attorno a cui ruotava tutto, le pareti domestiche. Le donne erano ritenute le custodi di valori essenziali e fondamentali quali l’attenzione per la famiglia e la gestione della casa. Una buona “meri de domu” (padrona di casa) doveva saper attuare determinati comportamenti in occasioni quali nascite, morti, matrimoni e feste in genere. Ma doveva prendersi cura della casa e dei familiari attraverso conoscenze e tecniche che si tramandavano da madre in figlia per generazioni.

Tra le doti che la padrona di casa doveva possedere c’erano, oltre alla cucina e alla cura della pulizia della casa, la preparazione del pane e dei dolci, cucire e ricamare, confezionare cestini, provvedere al bucato. Ciascuna massaia disponeva di alcune stoviglie nella propria casa, generalmente realizzate in terracotta: la brocca per l’acqua (“sa mariga”), il contenitore per la conservazione degli alimenti (“sa brugna”), oltre che piatti, pentole e calderoni, spesso anche in rame. A questi si univa il cosiddetto “strexu de fenu”, ossia una seria di utensili di fieno intrecciato come le “crobis”. Per fare il bucato nel lontano passato si andava a lavare i panni sino ai fiumi, poi si utilizzò per un certo tempo, più vicino a noi, fare il bucato a casa con “sa lisciva” un composto di cenere ed acqua calda che ripuliva per bene i panni, mansione che in genere si svolgeva una volta alla settimana e che poteva risultare molto faticosa. In alcune zone della Sardegna alle donne erano demandati anche alcuni lavori nei campi, ritenuti poco faticosi: si trattava di semina, diserbamento, lavori nell’orto, spigolatura (che avveniva durante la mietitura del grano), alcune mansioni nella vendemmia e nella raccolta delle olive.

Per quanto riguarda il pane e la sua preparazione bisogna iniziare a menzionare “sa mola” (la macina) che era formata da due grandi pietre, una dentro l’altra, con le quali si macinavano i chicchi di grano grazie all’utilizzo dell’asino da mola (“su molenti”). Le donne poi dovevano setacciare la farina ottenuta diverse volte sino ad ottenere la farina di prima qualità (“su sceti”), la semola (“simbula”), la crusca (“civraxiu”). Tra una setacciata e l’altra il prodotto passava attraverso dei cesti bassi e larghi detti “is canisteddus”. Si procedeva all’impasto di farina con lievito (“frammentu”) in una ampia conca in terracotta detta “sa scivedda”. Il modo tipico di lavorare il pane era detto “spongiadura” e consisteva in un modo di impastare a pugni chiusi. Alla preparazione seguiva la cottura nel forno sardo a legna, a forma di cupola. Tra i vari tipi di pane tradizionale della nostra isola ricordiamo “su moddizzosu” e “su coccoi” tipici del Campidano, ma anche altri pani come su “pani carasau”, “sa pillonca”, “su guttiau” che sono invece caratteristici delle zone del cento e nord Sardegna. Pani particolari si preparavano in occasioni speciali come matrimoni (pani a forma di colomba o anello); ma anche in occasione di feste come la Pasqua e l’Epifania quando si modellavano forme di pane attinenti al tema festivo. Per la festa di “Sant’Antoni de su fugu” (Sant’Antonio, il 16 gennaio) e durante la festività dei defunti si cuoceva per i bambini “sa paniscedda” ricca di sapa, noci, mandorle, spezie, glassata con albume e zucchero. Caratteristici anche i tipi di pane destinati ai bambini durante la fase della dentizione (pane duro a forma di chiave, fiocchetto, braccialetto), o pane giocattolo a funzione ludica.

Tradizionale e antica anche l’arte della creazione di dolci. Molto conosciuti non solo in Sardegna: il torrone di miele, albume d’uovo, mandorle, ma anche noci e nocciole, tipico delle località del centro dell’isola; diffusi un po’ dappertutto nel territorio (anche se magari con differenze sottili tra le varie zone geografiche) ricordiamo gli amaretti, i bianchini, “is candelaus”, il “gattò”, “su piricchittu”, le “pabassinas”, i “mustazzolus”, le “sebadas”, “is gueffus”, “is pardulas” (queste ultime, che erano tipici dolci pasquali, potevano essere ripiene di formaggio o ricotta).

La filatura, la tessitura e il ricamo occupavano molta parte del tempo delle donne nell’antica Sardegna. Per esempio nelle ragazze giovani c’era l’usanza della preparazione del corredo matrimoniale, con l’arte del ricamo che interessava la biancheria personale e da letto. Nel ricamo vanno ricordate varie soluzioni artistiche che servivano per decorare anche i costumi tradizionali: vari punti pieno, raso, rodi, erba, catenella, spiga, stuola, spirito, tela, riccio, croce, quadro, a nodo; tra le tecniche usate “a cont’e trama” (a fili contati) e “a sterrimentu” (su disegno). Conosciuta ed apprezzata anche ai giorni nostri la produzione di “filet” una particolare trina ad ago. Gran parte dei manufatti tessili sardi erano fatti in lana, materia prima di largo utilizzo visto il fiorire della pastorizia. La lavorazione della lana prevedeva diverse fasi. Per prima cosa il materiale veniva lavato e bollito in contenitori di rame, poi lo si esponeva al sole e successivamente si aveva la cardatura che si otteneva con larghi pettini di legno; i batuffoli ottenuti si filavano. Altri materiali usati per la tessitura erano lino e cotone. Il più antico tessuto sardo è però l’orbace, che si infeltriva appositamente per renderlo impermeabile; a fine lavorazione veniva tinto in genere di nero, ma anche di rosso o giallo. Un capo classico del costume sardo che si produceva in orbace è “su saccu de coperri”, un mantello usato principalmente dai pastori.

La colorazione dei tessuti avveniva da materie prime di origine animale o vegetale; per avere il rosso si utilizzava il murice, oppure rovi, lentischio, canne, aceto, carrubo e noci fresche. Il nero si ricavava facendo bollire i filati con radici, foglie o cortecce di ontano, quercia, melograno, rosmarino, mirto, edera. Per il giallo si usava ontano o zafferano; per il marrone scuro una pianta detta “cordolinu de mari”.

Il telaio tradizionale era costituito da due pesanti tronchi sostenuti da supporti. Da ogni tronco si originavano due travi verticali dove a metà altezza da un foro si infilavano i subbi, assi cilindrici. Due assi dentellate messe sopra le travi reggevano le canne su cui poggiavano gli elementi del telaio, i licci (che alzavano e abbassavano i fili dell’ordito) e le asticelle verticali. Pedali e tiranti spostavano i fili che si infilavano nel pettine che serviva a sua volta a modulare l’altezza dei fili. Per concludere ricordiamo, a proposito di prodotti della tessitura i famosi tappeti sardi e le ricercate coperte tessute a mano, che si possono trovare ancora in vendita, frutto di un lavoro manuale che si rifà alle antiche tradizioni dei lavori femminili della nostra Regione. Relativamente a questo concetto (del lavoro femminile dell’antica tradizione sarda) possiamo ancora oggi gustare dolci e pane tipici sardi che provengono dall’antica lavorazione tradizionale.

di Maria Lucia Meloni

Foto da: www.comunediurzulei.it
Website:www.sardinianetwork.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=225:lavori-tradizionali-femminili-in-sardegna&catid=53:storia-e-tradizioni&Itemid=61
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